mercoledì 1 ottobre 2014
La coidura
Mia madre è nata a Romallo, un paesello della Val di Non di circa 600 abitanti.
Il nonno, che è morto un mese dopo la mia nascita, possedeva alcuni campi che, col tempo sono diventati frutteti, specializzati nel prodotto che ha reso questi luoghi famosi: la mela, in dialetto el pom. Principalmente Golden Delicious, ma anche Red Delicious, Renetta o Canada, Stark, Gala e Fuji.
Da quando sono nata, il paese, e con esso tutta la valle, ha subito una radicale trasformazione, consacrando la propria anima alla coltivazione delle mele.
Dal paesaggio sono piano piano scomparsi tutti i campi, gli orti, qualche ettaro di bosco, e sono spuntati come funghi filari e filari di meli, buona parte dei quali, negli ultimi anni, è stata ricoperta da reti antigrandine, perciò il colpo d'occhio è sicuramente bizzarro: in mezzo alle montagne spuntano questi enormi quadrati, bianchi o neri, sotto i quali si nascondono meli di tutte le taglie e tutte le razze.
Personalmente provo una gran nostalgia per l'antica bellezza della mia valle, ma mi rendo conto che l'economia ha portato a questo, e mi consolo pensando che se avessero deciso di puntare tutto sulla raffinazione del petrolio il paesaggio sarebbe ben peggiore.
Fatto sta che sono cresciuta con la consapevolezza che ottobre è il mese della raccolta, che in dialetto si chiama coidura.
Mia madre, che si è trasferita a Firenze che era ancora una ragazzina, ha continuato a tornare su per raccogliere le mele, lavoro permettendo, e quando ero piccola spesso mi portava con lei.
Ho dei ricordi bellissimi di quei giorni: me ne stavo tutto il tempo nel prato, osservando gli insetti, i fiori, qualche animaletto, giocando con le mele degli scarti e godendomi gli ultimi sprazzi di belle giornate prima di tornarmene nel grigio autunno della mia Firenze.
Crescendo, ho iniziato a partecipare alla raccolta come lavoratrice. Ai tempi della scuola si trattava di pochi giorni, magari un fine settimana lungo o poco più, perché non potevo perdere le lezioni.
Con l'università, invece, ho iniziato a lavorare di più, perché anche se dovevo saltare qualche lezione, qualche soldo mi faceva comodo e poi, soprattutto, c'era Romallo, il paese dello sballo!
Quanto mi piaceva il paesello, avevo un sacco di amici meravigliosi, ogni volta che salivo mi innamoravo di tutto e di tutti.
Erano gli anni in cui la stanchezza manco la sentivo, perciò dopo le consuete 8/9 ore di lavoro giornaliere tornavo a casa, mi lavavo, cenavo e correvo al bar a ridere, scherzare e abbastanza frequentemente ubriacarmi.
Qui in Trentino c'è la bellissima tradizione di offrire da bere agli altri: cioè, non come a Firenze o a Bologna che vai dal bar e ordini una birra, qui vai al bar e ordini da bere per tutto il tavolo. Tendenzialmente, ogni occupante del tavolo offre un giro, perciò si fa presto a capire come in quegli anni in cui la compagnia era assai numerosa fosse molto facile tornare a casa barcollando.
Fortunatamente sono diventata una discreta bevitrice di birra, perciò riesco a berne un po' prima di ubriacarmi, ma per gli standard di queste parti sono solo una tenera principiante.
Se ci penso oggi non so proprio spiegare come facessi, ma ogni sera tornavo a casa tardissimo, tendenzialmente quando ci buttavano fuori dal bar (anche se qualche volta continuavamo a bere davanti ad un falò in pineta), ma alle 7 mi alzavo e andavo nel prato a lavorare fresca come una rosa. Beh, non esageriamo. Però me la cavavo, e la sera seguente ero pronta a ricominciare.
Avevamo una gran voglia di stare insieme, e questo ci dava una forza incredibile.
Dopo l'università è arrivato il lavoro, perciò basta mele, per circa dieci anni.
Oggi invece, grazie alla disoccupazione forzata, sono di nuovo qui, in mezzo alle mele, ma qualcosa è cambiato: la compagnia di una volta non c'è quasi più, hanno tutti messo su famiglia, se ne sono andati o non sono più tornati.
Come gli spagnoli. Questi giovani e bellissimi lavoratori arrivavano e portavano un gran movimento nel paesello: ci divertivamo un sacco con loro, una volta abbiamo pure organizzato un sangrìa party al bar, con effetti collaterali devastanti. È rimasta negli annali la scena in cui i ragazzi dettavano a Sergio, il barista, gli ingredienti necessari alla preparazione della bevanda: vino, naranja, manzana e melocotòn. Ed ecco che il nostro mitico barman diventava matto per cercare in tutti i negozi la mela cotogna, che tra le tante coltivate quassù proprio non c'era, per poi scoprire che in spagnolo il melocotòn non è altro che la pesca, suscitando così l'ilarità generale e una fila di imprecazioni dell'oste che ritengo non sia il caso di trascrivere.
Comunque tutto questo oggi non c'è più: la sera Romallo è un paese fantasma, e se si eccettua l'aperitivo al ritorno dai campi con quei pochi amici sopravvissuti al tempo e alla noia, niente più birra per me. Gli spagnoli hanno lasciato il posto ai polacchi e ai rumeni, che lavorano di più e fanno meno casino.
Ma la coidura resta pur sempre un'esperienza, mi costringe a rendermi conto di quanto possa essere dura la vita per un contadino e di quanto sia urgente per me impacchettare le mie cose e levare le tende. Da Romallo, da Bologna, dall'Italia.
E poi ci sono i colleghi, i compagni di sventura, ognuno con la sua storia, qualcuno te la racconta e altre invece non le saprai mai.
Ci sono i miei parenti, che ovviamente conosco da una vita ma con i quali non ho un gran rapporto, un po' perché i nonesi sono abbastanza chiusi, un po' perché nel prato si lavora e zitti. Per fortuna ogni tanto arriva a darci una mano mia zia, che ha più o meno la mia età ed è un'amica carissima, e la giornata scorre tra chiacchiere e risate.
Quest'anno è venuta a mancare pure la radio, che dio l'abbia in gloria, finita sotto il trattore dello zio, con varie bestemmie ad accompagnarne la dipartita. Potrei mettermi le cuffie, ma se stai tra la gente, anche se in silenzio, sembra una mancanza di rispetto.
E allora mi guardo intorno, osservo le persone, faccio un po' di progetti per la mia vita e scrivo. Sì, perché mentre fai un lavoro che non prevede alcun coinvolgimento intellettuale, il tuo cervello può fare altro: un po' come il pilota automatico, lascio accese le funzioni di sollevamento ceste, ricerca magagne nelle mele e riempimento dei cassoni ed ecco che le restanti attività cerebrali sono a mia disposizione.
Ovviamente non è facile scrivere senza mezzi di scrittura, ma fortunatamente ho una buona memoria e quello che concepisco nel prato poi lo partorisco a casa. Sto ultimando un post sulle tipologie dei raccoglitori di mele che forse strapperà un sorriso a qualcuno.
Guardo mio cugino col suo amico Thomas, entrambi nei campi per tirar su due soldi. Sono giovani, hanno sì e no diciassette anni, poca voglia di studiare ma tanti sogni da realizzare. Sono belli come il sole e simpatici e vederli chiacchierare con quell'aria complice mi mette allegria.
Poi c'è Violetta, la nostra aiutante rumena. Ha cinquant'anni, lo dice ridendo, convinta di dimostrarne meno. Io gliene davo almeno il doppio, tanti sono i segni che la vita ha lasciato sulla sua faccia. Ha lasciato la Romania per cercare fortuna in Italia, ma non è difficile intuire che non l'abbia trovata. Fino a qualche mese fa faceva la badante, poi la signora è peggiorata e l'hanno messa in un ricovero, così lei ha perso il posto. Mi racconta, sorridendo, di quanto la signora fosse cattiva e la trattasse male, dice che è normale a quell'età. Non sono d'accordo, ma non lo dico. Tanto lei lo sa che non è normale, ma pensarlo è un modo come un altro per stringere i denti e tirare avanti. Ed eccola dunque nel prato, profondamente provata da un lavoro che senza eufemismi definirei massacrante.
Parla sempre a voce bassa, per non disturbare, credo; chi, non saprei. Ma è una dote rarissima, e io l'apprezzo.
Si lamenta degli acciacchi, Violetta, oltretutto continua a sbattere dappertutto e questo non aiuta. Ogni volta che può cerca di sfuggire al cassone per andare a raccogliere le mele (il lavoro da uomini è, curiosamente, più leggero di quello delle donne, ma questo lo spiegherò in un altro momento), all'inizio mi faceva arrabbiare, perché anche se son più giovane non è che per me sia una passeggiata, ma col passare del tempo ho iniziato a provare tenerezza per questa donna dalla vita difficile, e allora va bene così. Ha la testa dura, Violetta: ho dovuto ripeterle mille volte come si fa la cernita delle mele, ma non c'è stato verso. Fortuna che una volta è venuta a darci una mano una sua amica, le ha fatto un paio di strilli in rumeno e da quel momento le cose vanno meglio.
L'altro giorno suo fratello si è mozzato un dito in segheria, lei è molto preoccupata, io cerco di sdrammatizzare dicendo boiate come "meglio un dito che una mano" e "almeno si riposa", ma lei è preoccupata ed ha paura che lo caccino dal lavoro. Sto per dirle che non possono farlo, ma non ne sono tanto sicura, non so che contratto abbia e che piega prenderà questa vergognosa diatriba sull'articolo 18. Allora taccio, le sorrido e ogni tanto le accarezzo la mano, quelle piccolissime cose che restano quando non c'è niente da dire e ben poco da fare.
Lei sorride, e quando ci salutiamo mi dà un bacio sulla guancia, facendomi vergognare profondamente per tutte le volte in cui ho accarezzato l'idea di tirarle una mela in un occhio.
Chi mi conosce lo sa, sono un tipo rude, se le cose non vanno come dico io mi arrabbio, dovrei fare qualche mestiere solitario, come la giornalista, la mantenuta, l'imperatrice di Plutone. Ma al momento pare che non ci siano posti liberi (ho mandato un cv su Putone, ma tutto tace).
Stamattina alle sette al suono della sveglia ho aperto gli occhi, scattando in piedi come sempre, sono corsa alla finestra intonando un rito di scongiuro dal sapore ancestrale, ho visto la pioggia e sono tornata a letto, felice per il primo giorno libero degli ultimi dieci.
Oggi scriverò, cercherò un lavoro, manderò la solita ventina di curricula che resteranno senza risposta, mi informerò sulle pratiche per lasciare l'Italia.
Domani il prato sarà un disastro, fango dappertutto e mele bagnate che ti rovinano le mani.
Ma sarò più rilassata, perché quando lavori come una bestia da soma una giornata libera è il più bello dei regali, e devo badare di non scordarlo.
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...io ti adoro... non so come dirtelo!
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