venerdì 12 settembre 2014

Ivo

Quando faceva caldo, Ivan si toglieva le scarpe antinfortunistiche e si metteva nel porticato dell'aeroporto, svaccato sulla sedia e coi piedi appoggiati a una trave di ferro.
Non mi ci volle troppo per imitarlo, anche perché sedermi con lui era un piacere, mi faceva ridere e parlavamo di cose sceme, ma a volte anche di cose grandi.
Ivan si definiva un ignorante, perché non aveva studiato molto, ma io, che di gente che ha studiato ne ho conosciuta un sacco, non ero per niente d'accordo.
Era una bellezza parlare con lui, trovava sempre il modo di sdrammatizzare, con quella calma tutta calabrese che lo spingeva a cercare di preoccuparsi il meno possibile, perché se non ci puoi fare niente, che ti preoccupi a fare? E se invece qualcosa lo puoi fare, che ci fai qui a lamentarti? 
Facevo fatica a seguire i suoi consigli, io che mi preoccupo per tutto, io che combino guai in continuazione. E lui se la rideva, mi dava una spinta sul gomito e mi mandava a farmi friggere, ma con l'olio buono, eh? Ché la parmigiana sennò viene una schifezza.
Era nato in Svizzera, ma ha sempre rivendicato il suo essere calabrese, ché nessuno lo scambiasse per uno del nord che lui del nord non era.
Però era finito a Bologna che era un ragazzino, e a Bologna ha vissuto fino a quando è morto.
Sì, perché Ivan è morto domenica pomeriggio, in sella alla sua Ducati, com'è andata di preciso non lo so, ma mi sembra di sentirlo mentre racconta di quel vecchio rincoglionito che gli ha tagliato la strada.
Appena l'ho saputo, prima ancora di provare una qualche emozione, ho sentito la sua voce, nella "veranda" dell'aeroporto (dare nomi esotici a dei posti orrendi ci faceva stare allegri) che mi diceva che sarebbe morto giovane.
Lo diceva così, sorridendo come sempre, come se fosse una cosa normale. Non c'era traccia di paura né il desiderio di darsi un'aria da anima dannata, se lo sentiva, e non andava oltre. Io sdrammatizzavo, dicevo che avrebbe seppellito tutti, anzi, suggerivo una bella colata di cemento per i nostri capi, ci facevamo una risata e finiva lì. Ma me l'ha detto diverse volte e ora mi scappa un po' da ridere perché me lo immagino proprio, con le braccia alla vita, che mi dice "Te l'avevo detto".
A vederlo sempre allegro uno poteva pensare che avesse avuto una vita semplice, ma non era così: nato da emigranti, lui stesso lo era diventato presto, conservando un amore-odio per la sua Calabria, tanto bella ma troppo povera per permettergli di viverci.
Mi raccontava del cibo, i parenti, il mare, le montagne, i festival di musica popolare.
E io lo ascoltavo sempre volentieri, era un po' come viaggiare, cosa che non potevamo fare quasi mai, condannati dalla maledizione di vedere continuamente la gente partire, accompagnarli fino alla pista di decollo e vederli volare, mentre noi rientravamo a bordo di un trattore scassato, con l'unico obiettivo la trave della veranda dove appoggiare i piedi sudati.
Ha lavorato in aeroporto quasi tutta la vita, ricoprendo tutte le posizioni più umili, avanzando un po' nella gerarchia, ma sempre troppo poco per uno che a quel posto ha dato i migliori anni della sua vita.
Vedere arrivare gente senza esperienza che, grazie ad una laurea o (più frequentemente) a qualche conoscenza, si piazzava tra gli impiegati, a guardare con sufficienza gli operai, non gli faceva male, ci era abituato, diceva. Tanto prima o poi se ne vanno, perché trovano di meglio o perché li cacciano. Io invece non mi muovo, perché ho il posto fisso e il mio lavoro lo so fare, rompo i coglioni il meno possibile e tiro a campare. Lo invidiavo tanto per questo, io che per il mio caratteraccio di lavori ne ho persi un paio, e di rimbrotti ne ho presi tanti.
Ogni volta che combinavo un casino lui c'era, a prendermi in giro per sdrammatizzare, ma sempre dalla mia parte, disposto perfino a mentire per pararmi il culo.
Ma non è servito, alla fine dell'ennesimo contratto mi hanno lasciata a casa, e in aeroporto non ci sono più tornata. 
A parte la frustrazione di essere disoccupata, l'aeroporto non mi manca più di tanto: un lavoro anche bello, ma terribilmente sottovalutato e sottopagato, in un'atmosfera malsana, scandito da contratti capestro.
Però è anche vero che l'aeroporto è un po' come un paesello, ci si conosce tutti, qualcuno si innamora, si fidanza, persino si sposa. Nascono amicizie e si covano invidie, si fanno scherzi e a volte qualcuno non fa ridere.
Però in cinque anni quello che mi è rimasto sono gli amici, persone meravigliose con le quali ho condiviso un sacco di bei momenti e tante difficoltà. Non sono tantissimi, ma molti di più di quanto mi sarei aspettata: rapporti che sono cresciuti nel tempo, a volte con le frequentazioni fuori dall'aeroporto, altre semplicemente stando lì, a contatto per cinque anni.
Ogni volta che mi scadeva un contratto Ivan diceva che mi avrebbe chiamato, ma poi non lo faceva mai. Allora quando tornavo non gli parlavo per un paio di giorni, ma poi non ce la facevo a tenergli il muso, mi faceva troppo ridere e allora andavamo oltre, in quel modo che fanno gli amici, senza discuterne più. Fino alla nuova scadenza.
L'ultima volta però è stata diversa, non lo sapevamo con certezza, ma ce lo sentivamo tutti e due che non mi avrebbero più chiamata. Allora eccolo, il messaggino (Che faccio, Ivo, lo incornicio? Ma vaffanculo va'), ed eccoci a bere una birra insieme, con le scarpe e senza veranda, ma sempre noi.
Io gli parlavo della mia intenzione di lasciare l'Italia, lui del suo amatissimo Samuele.
Sì, perché Ivan aveva un bambino. Bellissimo.
Samuele non parlava quasi, i dottori dicevano che era una forma di autismo, e Ivan mi guardava con gli occhi grandi e mi diceva che non sapeva come fare, ché la vita è dura per quelli che parlano, ma a chi sta zitto non passa proprio più, e lui voleva che a Samuele i piedi in testa non glieli mettesse nessuno, ché di pedate ne aveva prese abbastanza lui per tutti e due. Era un dolore sordo, ma non lasciava mai spazio alla rabbia e alla commiserazione. Ivan la vita la prendeva così, come viene, e liquidando la cosa con il suo solito "Che ci vuoi fare?" sorrideva e andava avanti.
Ci siamo salutati con un abbraccio e un "Mi raccomando", e ho promesso che l'avrei chiamato al mio ritorno.
Non l'ho fatto.
Non l'ho più visto.
E ora lo sento che mi dice "Te l'avevo detto che morivo presto, non mi dai mai retta".
È vero, me l'aveva detto. Ma non ci ho mai creduto, come non si crede mai che la vita possa giocarci qualche brutto scherzo.
Cosa farebbe Ivan al mio posto?
Una birra ghiacciata, un brindisi e una bella risata.
Vado al bar allora. Sulla risata non prometto niente.
Ciao Ivo.