lunedì 20 aprile 2015

Ground Zero

L'idea era quella di passeggiare nei dintorni, dare un'occhiata al memoriale, girare sui tacchi e proseguire.
Lo so però...
Il parco, fuori, è molto bello.
Le due enormi vasche, grandi quanto il perimetro delle Torri Gemelle che le avevano precedute, sono uno spettacolo: una sorta di fontana, dalla quale escono migliaia di rivoli brillanti, tanto da sembrare sia acqua che stelle, sia veloci che immobili. E al centro, l'abisso. Un cratere enorme dove tutta quella massa d'acqua, luce, vita, viene risucchiata.
Evocativo, senza dubbio.
Mi piace.
E poi sono curiosa, chissà che americanata! Dagli americani puoi di certo aspettartela.
Ma non è tutto.
Oggi sono scossa, triste ed arrabbiata, ed essere in vacanza da sola in certi casi non aiuta.
In Italia è successo qualcosa di orribile, e io non so che fare.
Dicono che di fronte al dolore la gente dovrebbe stringersi: e facciamoci questa fila, allora.

Come da copione, il museo è bello grande.
La piantina, a grandissime linee è questa: 
RESTI: pezzi di muri, colonne, camion dei pompieri, scarpe, finestre, libri, telefoni, giocattoli.
RIFLESSIONI: biglietti, bigliettini, disegni, graffiti, installazioni, foto, merchandising, opere d'arte (più o meno). C'è pure lo spazio "Registra il tuo messaggio": per un attimo ci penso, ma non vorrei mi mettessero in galera.
DOCUMENTARI: foto e filmati, ovviamente, ma non come ci si aspetterebbe. Sì perché le immagini delle due torri colpite dai due aerei e il conseguente collasso degli edifici le conosciamo tutti, viste e riviste in tutte le salse in questi tredici anni e mezzo.
E allora lo spazio viene lasciato a qualcosa di diverso e, se possibile, di maggior impatto.
Una decina di stanzette, ognuna con disegnata la sagoma delle due torri o di uno dei quattro aerei, e in sovrimpressione, una serie di nomi che appaiono e scompaiono. E in concomitanza ad ogni nome, una voce registrata. Quella originale o, nei casi con toni troppo forti o parole incomprensibili, una ricostruzione dei discorsi.
Quindi lo spettatore è lì seduto e sente quello che le persone dicevano in quei momenti.
Tutte le stanze sono in ordine cronologico, perciò prima si sentono i commenti di quelli che hanno visto un'ombra grandissima, poi lo schianto, poi il fuoco, i tentativi di fuga e infine il crollo.
Lo stesso con gli aerei, con le hostess che cercano di allertare le unità di emergenza, i passeggeri che chiamano  casa, i terroristi che spiegano con calma che era meglio stare seduti, tanto presto sarebbe tutto finito.
Un pugno nello stomaco: padri che chiamano i figli, mogli che chiamano i mariti, vigili del fuoco che salutano i compagni prima di salire, sapendo che non sarebbero più scesi, centinaia di chiamate al 911, testimonianze di chi si è salvato.
Un immane sforzo di preservare la memoria, per non dimenticare, perché non accada più.
Bello, commovente, straziante.

Salto senza alcun indugio la sezione seguente, dove si ricostruisce il piano dei terroristi e si esalta il grande impegno di George W per riportare la sicurezza nel Paese ed esportare la democrazia nel resto del  mondo.
No, questo non ve lo concedo, la Storia dal vostro punto di vista non la guardo.
Ma il dolore sì, perché voi c'eravate, perché la vostra città è stata colpita e affondata, perché le 2983 vittime con Bush e Bin Laden non c'entravano proprio niente.
E il lavoro che avete fatto è enorme, possente: non c'è il minimo dubbio che quelle persone non verranno mai dimenticate.

Esco, mi siedo nel giardino del memoriale, guardo le due piscine con l'acqua luccicante e l'abisso al centro.

E piango.

Piango perché penso che proprio qualche ora fa 700 persone sono morte affogate a pochi chilometri da casa mia.
Penso che sarà difficile sapere i nomi di tutti, penso che a buona parte del mondo manco gliene frega di come si chiamano.
Penso che nessuno raccoglierà una scarpa, una foto, un fermaglio per capelli per metterlo in mostra in un museo della memoria.
Penso che quasi sicuramente nessuno di loro avrà lasciato un messaggio in segreteria per la famiglia, perché non avevano il telefono con loro, o forse perché non ce l'aveva la famiglia, o forse tutti e due.
Penso che nessuno ricostruirà la sagoma del barcone (nemmeno quello che queste cose a volte le fa), nessuno cercherà di trasmettere la tragedia del momento in cui settecento esseri umani hanno realizzato che non ne sarebbero usciti vivi, e che la loro vita finiva lì.
Penso anche che la loro vita fino a quel momento era stata sicuramente più infame di quella delle vittime sul suolo americano, ma questo non c'entra. Però lo penso lo stesso.

Leggo un paio di frasi dei politici di turno, quelli che riescono a rivoltarmi le budella ogni volta che aprono bocca, e mi chiedo che senso ha, che mondo è questo.

Mi viene da pensare a come sia diverso il destino in base al luogo di provenienza.

Però... aspetta un attimo.

L'attacco alle Torri Gemelle è stato ideato da terroristi, forse avrebbe potuto essere evitato, ma quasi certamente no.
Un barcone che affonda nel Mediterraneo NON È un attacco terroristico e non è neanche (solo) il gesto scellerato di qualche scafista.
È il risultato di una politica europea fallimentare, messa in atto da personaggi che, in un modo o nell'altro, abbiamo votato. Anche quando non li abbiamo votati.
Perciò quei settecento esseri umani (e tutte le altre migliaia che li hanno preceduti) ce li abbiamo noi sulla coscienza.
E allora, anche senza museo, anche senza fontane, spero con tutta me stessa che ognuno di noi, io per prima, quando meno se lo aspetta, li senta urlare.

Perché in quell'abisso, quelle migliaia di vite scintillanti, ce le abbiamo spinte noi.