domenica 22 marzo 2020

Cuba, o Della Rivoluzione

A un mese di distanza, con le dinamiche mondiali completamente cambiate e visto che non ho davvero niente da fare, penso sia ora di elaborare il mio viaggio a Cuba.

28 giorni, 7 località, 10 B&B, 497317 passi (326,66 km), circa 1300 km con mezzi extraurbani (autobus o taxi scassati), 4 ore totali (!) trascorse su internet.

A Cuba ero già stata nel 2003, il regalo di laurea più prezioso.

E dopo 17 anni l'ho ritrovata più o meno uguale, un po' invecchiata, forse, ma come me, d’altronde.

Messi quasi da parte desideri di divertimento sfrenato, amori folli, avventure spericolate, stavolta ho principalmente girovagato, curiosa, alla ricerca dei particolari, degli ideali e delle emozioni a me familiari, tentando di capire se e come sono cambiati.

Cuba è ancora un Paese povero, non a livelli da Terzo mondo, ma non all'altezza delle moderne società occidentali. Una perla luccicante in confronto alle altre isole tropicali, ma pur sempre con le vene aperte dell'America Latina (cit.).

Il peso schiacciante dell'embargo, ormai talmente anacronistico da risultare grottesco, quasi tragicomico, se solo non toccasse così profondamente milioni di vite umane.
Le navi piene di beni essenziali (e non) in lontananza, i negozi semivuoti, l'affollamento surreale alle fermate dell'autobus, la birra introvabile di martedì, i locali in cui manca quasi metà delle cose elencate nei menù.

La cucina orrenda. Alloggiare nei B&B è piacevole e interessante, ma purtroppo ti obbliga a mangiare fuori ogni santo giorno almeno una volta.
È vero, gli ingredienti a disposizione sono quelli che sono, ma ancora non si spiega come non si sia sviluppata una cucina tipica decente, una variazione sul tema, una via d'uscita da quelcazzodirisocoifagiolinerieilpolloseccoeilmaialeoilpescegrigliatofrittoosennòunpanino.
Certamente il budget era limitato, ma anche quando, in preda alla disperazione, ci siamo lanciati verso ristoranti raccomandati dalle guide, raramente il risultato è stato soddisfacente. Probabilmente l'offerta è tarata su una permanenza di 10-15 giorni (ma i cubani come fanno?), perciò è normale che dopo le prime 2 settimane la dieta sia stata integrata da quantità assurde di biscotti secchi. Sorvolo sui dettagli della mia attività intestinale.
Resta lo stupore di fronte alla totale mancanza di fantasia culinaria. In quanto italiana, ho immancabilmente ceduto alle lusinghe della pizza, ma la percentuale qualificata "disgustosa" è stata persino più alta che in Canada.
Mi sono pure beccata un piatto di spaghetti tritati in una brodaglia di pomodoro e maiale, ma credo di essermeli meritati.

La gente. Bellissima, gentile, disponibile, bugiarda. Bugiardissima. Una stranissima ma innegabile realtà: everybody lies, tutti mentono.
Bugie piccole, grandi, sicuramente poco importanti, ma costanti. Credo di non aver incontrato una singola persona che non abbia detto almeno una bugia.
Il 90% delle persone con cui abbiamo parlato aveva un parente in Italia, il 50% la madre o un parente stretto senza gambe, ogni tassista ha un amico con un b&b e quasi tutti possono procurarti qualcosa ad un prezzo speciale "ma solo perché sei te". Tantissimi sono stati all'estero ma sono tornati, anche se qui non gli piace tanto. Boh.
Non c'è alcun giudizio in tutto ciò, se io vivessi lì chissà cosa mi inventerei. Peccato, però.

La politica. Argomento ancora tabù, a volte qualcuno si lascia andare alla rabbia, altri all'ottimismo, la maggior parte alla rassegnazione. In generale, quando si nomina Trump e l'embargo siamo tutti d'accordo. Ho incrociato solo un fascista dichiarato, mi ha fatto talmente schifo da farmi traslocare di corsa, la cosa più triste è che parlava di fronte ai suoi due bambini e alla moglie che zittiva ogni volta che apriva bocca. Raccontava con orgoglio di aver vissuto 10 anni a Viterbo, dove ha lasciato altri due figli (speriamo che anche questa sia una bugia).
Con qualcuno siamo riusciti ad approfondire un po', ma la situazione è piuttosto confusa.
Quasi 60 anni di potere concentrato nelle mani di una sola persona sono difficili da superare, la partecipazione democratica non è facile da costruire e il bene comune non è esattamente il primo pensiero dei cubani, come d'altronde accade nel resto del mondo. C'è sicuramente spazio di miglioramento, ma non so se ci sia la volontà.

La Storia, anzi la Rivoluzione.
I musei, il "mio" Mausoleo, i monumenti alla memoria e i cartelli un po' sbiaditi della propaganda: la Rivoluzione è ovunque, riaffiora da ogni strada, muro, edificio... La vedi quando la gente parla ancora di Ernesto, Camilo e Fidel, senza cognome, come se fossero parte della famiglia. La senti nelle parole orgogliose che rivendicano l'eccellenza medica e universitaria, l'aiuto materiale e rivoluzionario ai Paesi bisognosi, come all’Italia ai tempi del Coronavirus, un Paese così piccolo e vulnerabile, commovente.
La sogni ogni volta che in qualche angolo della città parte "Comandante Che Guevara", e per lo stesso motivo la senti scivolare via quando attaccano subito a ruota "Guantanamera" e "Besame mucho".

La modernità. Perché il mondo sta cambiando, e si vede anche a Cuba. Le piazze pubbliche dove si riesce a trovare la connessione internet sono piene di sagome familiari, illuminate dallo schermo di un telefono: gente che parla, che cerca, che gioca, che si perde. Il tutto in rigorosa solitudine. Decine di persone, ognuna sola col suo telefonino. Uno spettacolo desolante. Una volta abbiamo visto un locale Wi-Fi Free strapieno e tuttavia immerso in un silenzio surreale, interrotto solo da qualche videochiamata o da un video cretino sfuggito al controllo. Il vento caldo in una città tropicale, una banda che suona in lontananza e un branco di deficienti pronti per l'estinzione (speriamo).
Internet 24/7 è per la maggior parte roba da turisti, ma ormai quasi tutti i teenager hanno un telefono e si può vedere che la rivoluzione tecnologica è ormai avviata.

I giovani. Uguali ai loro omologhi del resto del mondo, vestono più o meno uguale, ascoltano musica simile, ma non rinunciano del tutto allo stare insieme perciò, invece delle cuffie, portano con se' degli speaker fastidiosissimi ma anche vagamente socialisti, quindi non si può fare a meno di apprezzarli quando girano in branco e sparano musica orrenda a tutta randa, giorno e notte. QUASI sempre, a volte riaffiora prepotente il vecchio stalinismo e vorresti rinchiuderli in uno sgabuzzino. O peggio.
Sognano quasi tutti di fuggire via, convinti di trovare quel posto nel mondo che un po' abbiamo cercato tutti, ma ben pochi han poi raggiunto. A volte sono stata tentata di dire qualcosa, spiegare come il mondo fuori sia assai peggio di come se lo immaginino, ma mi sono trattenuta. Che ne so di cosa sia meglio? E in fondo poi, alla loro età, quante volte ho ascoltato i consigli altrui, specialmente dei cinici disillusi?
Resta la tristezza di vedere come sia difficile parlare coi ragazzi, come raramente sorridano quando li incroci per strada, lo scarso interesse nelle conversazioni casuali, a differenza dei vecchi, che ad attaccarti un bottone ci mettono un attimo. Come me. Oddio.

I vecchi, ecco. Un po' come i partigiani italiani, anche i rivoluzionari cubani iniziano ad invecchiare. Mediamente una quindicina d'anni più giovani, sono abbastanza semplici da trovare, ma non sempre altrettanto orgogliosi del loro passato glorioso.
La mitica Rivoluzione partì malino con un centinaio di guerriglieri all'assalto (fallito) alla Moncada e continuò con un esercito un po' scalcagnato di 82 rivoluzionari a bordo di una bagnarola. Negli anni che seguirono molti si aggiunsero, altri se ne andarono, altri ancora ci si trovarono in mezzo e si fecero trasportare.
Ecco, senza Fidel e con Raúl fuori dalla politica e più di là che di qua, è un po' come se i "trasportati" si siano nuovamente trovati un po' allo sbando, facendo fatica a riconoscere gli ideali di uguaglianza dietro sanità, istruzione e la detestata "libreta", una tessera annonaria che in passato assicurava cibo per tutti ma che oggi è raramente commisurata ai bisogni individuali, causando una corsa al mercato nero che non fa altro che affossare ulteriormente un sistema inizialmente egualitario.
Insomma, visto che il socialismo reale zoppica, anche gli ideali che ne sono la base sembrano traballare.

Allora per un momento sale la rabbia, il nervosismo verso gli ingrati che non si ricordano com'era prima, la triste consapevolezza che presto potrebbe tornare tutto in mano agli speculatori e tutto ciò che non entra tra le pareti dei resort si potrebbe trasformare in ghetto, o quasi.

Ma subito dopo arriva l'autocritica, l'indignazione verso di me, di noi che, scordata la lezione dei gloriosi partigiani, la Rivoluzione non l'abbiamo mai fatta, che ci mettiamo le magliette con Che Guevara ma quello che ha osato lui noi no, come si fa, mica ci si può mettere a lottare contro tutto il sistema.

Io che mi commuovo e lascio un garofano rosso sulla tomba del Che (il terzo dopo 7 pullman di turisti evasi per un paio d'ore dall'all inclusive di Varadero), io che faccio le foto ai cartelli e alle scritte sui muri, io che a visitare un museo ci metto 6 ore perché devo leggere tutte le didascalie sotto i vecchi scarponi di guerriglieri sconosciuti, rileggere per l'ennesima volta le biografie dei miei eroi, rivedere con orgoglio i risultati del governo rivoluzionario, accarezzare con tenerezza la foto di Fidel pensando "disgraziato, ti sei beccato tutte le critiche, il disprezzo e l'odio, ma il posto tuo non l'avrebbe mai preso nessuno".

E quando è arrivata la fine di questa esperienza bellissima, che oltre a rimettermi in pace col mondo facendomi scordare lavoro, neve e tedio invernale ha richiamato  memorie, emozioni ed ideali un po' impolverati, me ne sono andata barattando Cuba, la Rivoluzione e il Socialismo con un comodo divano ed un moderno tablet da cui osservo il mondo, senza più provare a cambiarlo.

E allora riaffiorano con prepotenza le sue preziose parole:

"Me di cuenta de una cosa fundamental [...] para ser revolucionario, lo primero que hay que tener es revolución".
                                                                                 Ernesto "Che" Guevara

Hasta siempre Cuba mia adorata.

domenica 21 febbraio 2016

I grandi misteri della Storia: l'incrocio canadese

Ad Halifax le strade sono grandi e tendenzialmente diritte.

Ai semafori si può girare a destra quando è rosso, e quando un pedone attraversa sulle strisce tutti si fermano e non ripartono finché non è sul marciapiede.

Le multe per le effrazioni sono altissime, e quasi sempre è prevista almeno una notte in prigione.

Insomma, niente di particolare, se si ha il senso della legalità.

Ma la faccenda si tinge improvvisamente di giallo quando si tratta di incroci stradali.

Immaginate due strade, grandi uguali, che si intersecano.

A differenza di molti Paesi, non si rileva la presenza di alcun cartello.

La domanda sorge spontanea: a chi tocca? 

La risposta è sorprendente: TOCCA A CHI ARRIVA PRIMO.

Oddio.

Se non c'è nessuno è semplice, sei solo obbligato a fermarti completamente e ripartire.

Se si è in due è generalmente facile, a meno che uno non sia innatamente gentile, qualità notoriamente tipica della popolazione canadese. Ma questo lo approfondiremo più tardi.

Da tre macchine in sù la faccenda si complica.

Prima di tutto devi essere particolarmente attento, scrutare l'orizzonte e valutare l'ordine di arrivo, cosa non così semplice, visto che tendenzialmente ognuno è perso nei propri pensieri mentre guida. Ma immagino che con la pratica ci si prenda la mano.

Resta il fatto che in genere la differenza tra il primo e il secondo posto è di un paio di secondi, e in questi casi entra in gioco la soggettività di ognuno. Se poi sei terzo o quarto, magari in fila dietro il primo, allora devi iniziare ad affidarti al caso o alla preghiera, sperando che tutti gli altri sappiano esattamente come muoversi.

In genere funziona, ovviamente si perdono un po' di secondi, ma non sembra essere un problema.

Ma la scena diventa surreale quando arriva lui (o loro): L'AUTOMOBILISTA GENTILE.

Quello che ti guarda, sorride e dice qualcosa tipo "prego, si accomodi": nel migliore dei casi l'altro ringrazia, tutti gli altri concedono al primo il diritto divino di diventare secondo e il teatrino può continuare, dando per scontato che gli altri non si siano distratti e sappiano a che punto siamo.

Ma, come ho detto prima, i canadesi sono TUTTI gentili, perciò spesso ti trovi lì ad aspettare il tuo turno, osservando basito (specialmente se sei italiano) questo branco di pazzi che comunica col labiale a colpi di "prego si accomodi" e "si figuri, tocca a lei" e poi "grazie mille" e "piacere mio".

Io tendo ad evitare di mettermi alla guida, perché in queste occasioni mi viene sempre l'orticaria. O l'orchite.

Ma la mia natura di immigrata ha sempre il sopravvento e non riesco a fare a meno di pensare a come sarebbe se questa regola venisse applicata in Italia.

Allora mi immagino quello che accelera quando vede un'auto all'orizzonte, quello che rallenta ma non si ferma, quello che si rassegna e aspetta un quarto d'ora e soprattutto l'italica tendenza alla polemica. "Sono arrivato prima io" "il mio parafango ha superato la riga prima del tuo", "sono in ritardo", "mia madre sta morendo", e tutta l'inevitabile sequela di offese, imprecazioni e bestemmie che sorgerebbe ad ogni singolo, maledetto incrocio. Decido di evitare completamente la computa di eventuali incidenti.

E allora inizio a ridere come una matta, aspettando che qualcuno mi faccia passare e pensando a quanto sia strano vivere in un Paese dove la correttezza è così radicata e contemporaneamente quanto mi manca l'Italia, col suo branco di pazzi pronti ad inventare scuse e imprecazioni colorite pur di raggiungere casa, il lavoro o il bar e raccontare la propria avventura giornaliera.

Dio salvi la rotonda.

mercoledì 11 novembre 2015

L'emigrante e l'immigrata

Si sa, gli anniversari e i bilanci mi piacciono un sacco, perciò eccomi qui a riflettere sul mio primo mese del mio terzo anno in Canada, stavolta con un permesso di lavoro che mi dà il diritto di confondermi con i cittadini canadesi, nell'attesa della residenza permanente e poi chissà.

L'emozione e le aspettative sono tante, e l'essere inserita negli ingranaggi della società mi dà l'opportunità di vedere tutto con occhi nuovi e, ancora più delle altre volte, con meraviglia.

Già l'arrivo in aeroporto è stato diverso: stavolta niente interrogatorio, niente colloquio nello sgabuzzino tipo quelli delle serie televisive, niente sguardi inquisitori. Un'occhiata al permesso di lavoro, un controllo accurato del passaporto e via, Welcome to Canada. 

Da lì in poi è stato tutto un sorriso: per strada, al supermercato, sulle strisce pedonali, negli uffici pubblici, nelle banche e sugli autobus. Nessuno che mi guarda storto a causa del mio accento e del mio inglese ancora zoppicante, nessuno che mi chiede di dove sono finché non lo dico io, e tutti che danno per scontato che io sia canadese, ma con origini italiane.

Ho consegnato un curriculum, la tipa mi guarda e mi dice di tornare il giorno dopo, faccio il colloquio e mi dice che posso iniziare dopo tre giorni, perché purtroppo c'è il weekend in mezzo e gli uffici amministrativi sono chiusi.

Qualche amico obietterà che in Canada la disoccupazione è bassa e che magari la tira stava cercando qualcuno da mesi, ma non importa: ho trovato lavoro al primo tentativo, posso essere contenta? In fondo vengo da due anni tondi di disoccupazione, una quantità incredibile di curricula inviati per tutta l'Italia e per qualunque tipo di lavoro, vari tentativi di rimanere nell'ambito universitario e un unico, costante risultato: nessuna risposta, a parte un maniaco sessuale e un lavoro a contratto di dieci ore settimanali spalmate all'inizio e alla fine della giornata, rendendo impossibile qualunque altra attività, per l'esorbitante cifra di 375 euro.
Perché? Troppo vecchia, poca esperienza, titolo di studio troppo alto, troppo vicina al diritto di un contratto a tempo indeterminato. Una mosca bianca? Forse, ma guardandomi intorno di persone come me ne ho trovate parecchie.
E quindi mi sono trovata costretta ad abbandonare la mia Bologna, la città dei miei sogni, con i suoi portici, i suoi locali e soprattutto con i miei più cari amici.
Un breve tentativo di tornare a Firenze, città che nel frattempo mi è diventata straniera, vivendo coi miei genitori amatissimi, ma senza lavoro la situazione è diventata insostenibile, perché fare la mantenuta sulla soglia dei quarant'anni è deprimente, non importa quanto affetto mi circondi.
E poi, all'orizzonte, l'occasione della vita: vivere col mio compagno (che in condizioni diverse si sarebbe trasferito in Italia) in un Paese lontano, ma pieno di opportunità.
La scelta non è stata facile: lasciare la famiglia, gli amici, l'Italia in generale e andare a vivere in un posto decisamente fuori mano, con un clima infame e delle abitudini alimentari quantomeno imbarazzanti.
A condire il tutto, i commenti di alcuni "amici" e conoscenti, tutti pronti a darmi dell'egoista e della vigliacca, per fortuna bilanciati e surclassati dagli amici veri, quelli che hanno capito che non è stata una scelta a cuor leggero e che comunque tifano per me, indipendentemente dal fatto che siano d'accordo o meno con la mia scelta.

Ed è proprio in questo momento che il mio pensiero va ai migranti che si ammassano sulle coste dell'Europa. Sia chiaro, non per fare un paragone, ma perché la loro sofferenza nel lasciare la loro casa mi è familiare, pur essendo la mia infinitamente minore.
E allora ecco che quei commenti vergognosi, vomitati da gente ignorante e spaventata, mi feriscono ancor più di prima, perché adesso li vedo come fratelli sfortunati, che a differenza di me non hanno davvero altra scelta, e la ragione della loro partenza non è la disoccupazione, ma la guerra, la fame, la disperazione. E penso che sono doppiamente sfortunati perché, come canta Fossati non solo lasciano una terra che li odia, ma vanno verso un'altra che non li vuole. E non prendono un aereo, nemmeno uno scassato e con del cibo orribile, ma rischiano la propria vita in mare, su delle bagnarole con le quali non attraverserei nemmeno l'Arno in un giorno d'agosto.

Allora all'improvviso mi sento la persona più fortunata del mondo, con i miei aerei sempre in ritardo, il posto a sedere sempre accanto a qualcuno che mi schiaccia o che puzza di sudore, con la mia casa pronta ad attendermi, con l'uomo della mia vita al quale brillano gli occhi quando mi guarda e con la gente più gentile che abbia mai incontrato.

E con un governo che sembra troppo bello per essere vero, formato da persone di tutte le etnie, compresi i nativi americani che non hanno mai avuto voce negli ultimi cinquecento anni, tutti competenti, ognuno col suo ministero che gli sembra cucito addosso. 

E sì, faccio confronti con l'Italia almeno una volta al giorno.

Penso al governo, all'apertura verso gli stranieri, alla pulizia delle strade, al rispetto dell'ambiente, all'incredibile gentilezza delle persone che ogni giorno mi commuove. 
All'attenzione degli impiegati pubblici, che non solo fanno il loro lavoro velocemente, ma che mi danno consigli su cosa fare in ambiti che non gli competono. 
Al trattamento speciale del bancario, che visto che sono straniera mi spiega bene i miei diritti e sottolinea le cose a cui devo prestare più attenzione. 
All'autista dell'autobus che mi riconosce, alla cassiera del supermercato che mi aspetta perché devo ritirare i contanti e a quelli in coda che mi dicono che non c'è problema, alla mia superiore al lavoro che ogni volta che sbaglio mi sorride e dice che non mi devo scusare, perché all'inizio è difficile per tutti, e ancora di più se sei straniero. 
A quelli che quando dico che non ho capito sorridono e ripetono più lentamente. 
Alla curiosità di tutti verso una persona che viveva nel posto più bello del mondo e che l'ha lasciato, e che concludono il discorso dicendo che immaginano che sia stata dura, ma che faranno di tutto per farmi sentire a casa. 
Agli altri immigrati, che pur ammettendo la loro infinita nostalgia, se tornassero indietro lo rifarebbero subito, perché tra tutti i posti dove uno può capitare, questo è probabilmente uno dei migliori. 
Alle coppie omosessuali che portano a spasso i loro figli. 
Alla ragazza che lavora in profumeria che neanche se lo ricorda più quando era transessuale, perché il discorso non è mai stato neanche sollevato, a meno che non sia stata lei a parlarne, magari con una sconosciuta come me. 
Alla cooperativa per le persone con disabilità, che non solo li aiuta a trovare lavoro, ma li porta in un negozio a comprarsi i vestiti per il colloquio e poi per il loro impiego. 
Ai mutui col tasso del 6%, con un capitale iniziale di circa diecimila dollari, così che se non hai intenzione di spostarti, spendi meno a comprarla che affittarla, la casa. 
Alle sovvenzioni per chi guadagna troppo poco, per i disoccupati, per gli anziani, per chi ha qualche disabilità, per chi si è stufato di lavorare e vuole andare in pensione qualche anno prima. 
All'idea che non importa quanto tu possa cadere, ma qualcuno che ti dà una mano lo troverai sempre.

E, ancora una volta, mi sento fortunata.

Ma ciò non toglie che l'Italia mi manchi terribilmente, e non significa che quando parlo bene del Canada vuol dire che sto sputando sull'Italia.

E allora tutte le polemiche che vedo sulla mia bacheca mi risultano incomprensibili, ma siamo di nuovo di fronte al solito manicheismo, che se ti piace il kebab allora ti fa schifo la pizza, e allora sorrido perché qui fanno le patatine fritte col formaggio arancione fuso sopra e non importa quanto sia distante, ma la pasta col pomodoro, il basilico e l'olio d'oliva mi mancherà sempre, e non m'importa un tubo di quello che pensate.

Come diceva Vittorio Arrigoni, restiamo umani. Restiamo gentili, aperti allo straniero e mettiamoci in discussione, ogni tanto.

Il mio cinismo sarà sempre con me, ma vedere le cose belle e provare a raccontarle scalda il cuore, e ogni volta che leggerò un vostro post sulle bellezze dell'Italia, il mio Mi piace non mancherà mai.


lunedì 20 aprile 2015

Ground Zero

L'idea era quella di passeggiare nei dintorni, dare un'occhiata al memoriale, girare sui tacchi e proseguire.
Lo so però...
Il parco, fuori, è molto bello.
Le due enormi vasche, grandi quanto il perimetro delle Torri Gemelle che le avevano precedute, sono uno spettacolo: una sorta di fontana, dalla quale escono migliaia di rivoli brillanti, tanto da sembrare sia acqua che stelle, sia veloci che immobili. E al centro, l'abisso. Un cratere enorme dove tutta quella massa d'acqua, luce, vita, viene risucchiata.
Evocativo, senza dubbio.
Mi piace.
E poi sono curiosa, chissà che americanata! Dagli americani puoi di certo aspettartela.
Ma non è tutto.
Oggi sono scossa, triste ed arrabbiata, ed essere in vacanza da sola in certi casi non aiuta.
In Italia è successo qualcosa di orribile, e io non so che fare.
Dicono che di fronte al dolore la gente dovrebbe stringersi: e facciamoci questa fila, allora.

Come da copione, il museo è bello grande.
La piantina, a grandissime linee è questa: 
RESTI: pezzi di muri, colonne, camion dei pompieri, scarpe, finestre, libri, telefoni, giocattoli.
RIFLESSIONI: biglietti, bigliettini, disegni, graffiti, installazioni, foto, merchandising, opere d'arte (più o meno). C'è pure lo spazio "Registra il tuo messaggio": per un attimo ci penso, ma non vorrei mi mettessero in galera.
DOCUMENTARI: foto e filmati, ovviamente, ma non come ci si aspetterebbe. Sì perché le immagini delle due torri colpite dai due aerei e il conseguente collasso degli edifici le conosciamo tutti, viste e riviste in tutte le salse in questi tredici anni e mezzo.
E allora lo spazio viene lasciato a qualcosa di diverso e, se possibile, di maggior impatto.
Una decina di stanzette, ognuna con disegnata la sagoma delle due torri o di uno dei quattro aerei, e in sovrimpressione, una serie di nomi che appaiono e scompaiono. E in concomitanza ad ogni nome, una voce registrata. Quella originale o, nei casi con toni troppo forti o parole incomprensibili, una ricostruzione dei discorsi.
Quindi lo spettatore è lì seduto e sente quello che le persone dicevano in quei momenti.
Tutte le stanze sono in ordine cronologico, perciò prima si sentono i commenti di quelli che hanno visto un'ombra grandissima, poi lo schianto, poi il fuoco, i tentativi di fuga e infine il crollo.
Lo stesso con gli aerei, con le hostess che cercano di allertare le unità di emergenza, i passeggeri che chiamano  casa, i terroristi che spiegano con calma che era meglio stare seduti, tanto presto sarebbe tutto finito.
Un pugno nello stomaco: padri che chiamano i figli, mogli che chiamano i mariti, vigili del fuoco che salutano i compagni prima di salire, sapendo che non sarebbero più scesi, centinaia di chiamate al 911, testimonianze di chi si è salvato.
Un immane sforzo di preservare la memoria, per non dimenticare, perché non accada più.
Bello, commovente, straziante.

Salto senza alcun indugio la sezione seguente, dove si ricostruisce il piano dei terroristi e si esalta il grande impegno di George W per riportare la sicurezza nel Paese ed esportare la democrazia nel resto del  mondo.
No, questo non ve lo concedo, la Storia dal vostro punto di vista non la guardo.
Ma il dolore sì, perché voi c'eravate, perché la vostra città è stata colpita e affondata, perché le 2983 vittime con Bush e Bin Laden non c'entravano proprio niente.
E il lavoro che avete fatto è enorme, possente: non c'è il minimo dubbio che quelle persone non verranno mai dimenticate.

Esco, mi siedo nel giardino del memoriale, guardo le due piscine con l'acqua luccicante e l'abisso al centro.

E piango.

Piango perché penso che proprio qualche ora fa 700 persone sono morte affogate a pochi chilometri da casa mia.
Penso che sarà difficile sapere i nomi di tutti, penso che a buona parte del mondo manco gliene frega di come si chiamano.
Penso che nessuno raccoglierà una scarpa, una foto, un fermaglio per capelli per metterlo in mostra in un museo della memoria.
Penso che quasi sicuramente nessuno di loro avrà lasciato un messaggio in segreteria per la famiglia, perché non avevano il telefono con loro, o forse perché non ce l'aveva la famiglia, o forse tutti e due.
Penso che nessuno ricostruirà la sagoma del barcone (nemmeno quello che queste cose a volte le fa), nessuno cercherà di trasmettere la tragedia del momento in cui settecento esseri umani hanno realizzato che non ne sarebbero usciti vivi, e che la loro vita finiva lì.
Penso anche che la loro vita fino a quel momento era stata sicuramente più infame di quella delle vittime sul suolo americano, ma questo non c'entra. Però lo penso lo stesso.

Leggo un paio di frasi dei politici di turno, quelli che riescono a rivoltarmi le budella ogni volta che aprono bocca, e mi chiedo che senso ha, che mondo è questo.

Mi viene da pensare a come sia diverso il destino in base al luogo di provenienza.

Però... aspetta un attimo.

L'attacco alle Torri Gemelle è stato ideato da terroristi, forse avrebbe potuto essere evitato, ma quasi certamente no.
Un barcone che affonda nel Mediterraneo NON È un attacco terroristico e non è neanche (solo) il gesto scellerato di qualche scafista.
È il risultato di una politica europea fallimentare, messa in atto da personaggi che, in un modo o nell'altro, abbiamo votato. Anche quando non li abbiamo votati.
Perciò quei settecento esseri umani (e tutte le altre migliaia che li hanno preceduti) ce li abbiamo noi sulla coscienza.
E allora, anche senza museo, anche senza fontane, spero con tutta me stessa che ognuno di noi, io per prima, quando meno se lo aspetta, li senta urlare.

Perché in quell'abisso, quelle migliaia di vite scintillanti, ce le abbiamo spinte noi.



giovedì 23 ottobre 2014

Farewell to Bologna

Dieci anni.
A novembre del 2004 iniziai un'avventura in una splendida libreria bolognese e a novembre 2014 eccomi qui, con la valigia in mano.
Scrivere cosa sono stati questi dieci anni è impossibile, raccontarli uno per uno sarebbe assurdo e inutile.
Però sento il bisogno di tirare un po' le somme, ed ecco che si affacciano alla mia mente tutta una serie di immagini, persone, eventi. 
La mia vita a Bologna. 
Forse non sarà emozionante leggerla, ma lo è scriverla, perciò sticazzi. 

A Firenze il mio datore di lavoro mi disse che mi licenziava, ma se volevo potevo andare a lavorare in un'altra sua libreria, a Firenze o a Bologna.
Bologna mi era sempre piaciuta fin da bambina.
Pensai che a Bologna ci vivevano Luca e Francesco, ed era un motivo in più per andarci.
Penso a quelle due volte in dieci anni in cui ho visto Luca e Francesco.
Ho fatto la pendolare per tre mesi.
A volte il treno era in ritardo. Quasi sempre.
Quelle volte in treno con Ben. 
Il 31 dicembre 2004 ero in treno che tornavo a Firenze e non avevo voglia di uscire.
Cristiana che mi dice "È ora che trovi una casa a Bologna".
Quelle volte in cui facevo fatica a conoscere gente nuova.
Quella volta che sono andata a vivere in una casa con 13 coinquilini.
Quella volta in cui mi sono svegliata circondata da infermieri.
L'orribile sensazione di sentirmi malata e la paura che succedesse di nuovo.
Quella volta in cui è successo.
Quegli anni in cui non è successo più, ma la paura restava. 
Quella volta in cui ho capito che non sarebbe più successo.
Quella volta che per il mio trentesimo compleanno ho preso la patente della moto.
Quella volta in cui ho visto la Suzy e me ne sono innamorata, senza avere idea di come avrei fatto a guidare una moto che pesava quattro volte me.
Alessandro che tenta di insegnarmi a guidare nel parcheggio del cinema. 
La prima gita a Ferrara. 
Quelle volte che mi cadeva mentre cercavo di parcheggiare e dovevo farmi aiutare dai passanti, con un discreto imbarazzo. 
Quella volta in cui davanti ad un tornante, ho guardato l'erba a fianco e capito che era un buon punto per cadere.
Quella volta in cui sono caduta sulla Futa e sono rimasta immobile per un po', controllando se ero viva, menomata o paralizzata.
Quelle volte in cui ho detto non ci salgo più.
Quelle volte che ci sono risalita.
Quelle volte che urlavo a squarciagola dentro al casco e mi passava.
Quelle volte che ai semafori qualcuno mi guardava con l'aria "E che ci fai su quella moto, un calendario?" e quando diventava verde in 3 secondi era solo un puntino nero nello specchietto.
Quelle volte in cui mi sentivo fighissima.
Quella volta che me l'hanno rubata e mi sembrava si fossero presi pure una parte di me.
Il mio amico Andrea  che mi dice "E fatti questo concorso, fai finta di comprare un biglietto della lotteria, se va male hai buttato via i soldi dell'iscrizione".
Quella volta che ho fatto il concorso.
Quella volta che ho vinto il concorso, dopo tre anni che non aprivo un libro di spagnolo.
Mi hanno dato mille euro al mese per tre anni per studiare e mi sono sentita la persona più fortunata del mondo. 
Quei tre anni in cui ho studiato il giusto, consegnato ogni lavoro puntualmente e mi sono goduta la vita alla grande.
L'amicizia con Arianna, Costanza ed Alessia, e le risate a crepapelle durante una conferenza in portoghese. 
Quella volta che ho ballato una pizzica a piedi nudi in piazza Maggiore.
Quella volta che ho conosciuto Ivana e ho trascorso una delle più belle estati della mia vita.
Quella volta in cui a Budrio ho ballato il mio primo Circolo Circasso. 
Quelle volte in cui grazie ai soldi del dottorato potevo ballare tutto il tempo.
Il viaggio verso Vialfré con Ivana e Crocifissa, che al casello di Casalecchio volevo già strozzare. 
Il viaggio verso Vialfré con Laura, lei che sparisce dentro una nuvola di zanzare in un autogrill della pianura padana e io che cerco di restare seria, ma è dura. 
Quella volta in cui Laura è morta. (Non all'autogrill, un paio d'anni dopo, ma sempre a cazzo di cane).
Quella volta in cui, finito il dottorato, ho realizzato che la mia avventura da ricercatrice finiva lì e che i vecchi baroni non avrebbero mai mollato la poltrona.
Quelle innumerevoli volte che sono rimasta senza lavoro.
Quella volta che ho risposto ad un annuncio per agente di rampa senza sapere cosa fosse.
Quella volta che mi hanno preso.
Quelle volte con la neve.
Quelle volte con quaranta gradi all'ombra.
Quelle volte a Natale, Pasqua e compleanni. 
L'amicizia con Lucia, Raffa, Gianpiero. 
L'intesa con Germana. 
La volta che mi son persa cercando casa sua. Ma poi ho visto Gilda e mi è passata. 
Le risate con Florinda.
Quella volta che a un passeggero venne un attacco di panico e non voleva più partire e abbiamo perso un'ora a recuperare le sue tre (TRE) valigie.
Quella volta in cui ho lasciato a terra quaranta valigie. Ops. 
Quella volta in cui un comandante turco voleva accendere i motori prima che salissero i passeggeri.
Quelle milioni di volte in cui non sono stata zitta.
Quella volta che mi hanno licenziato perché non sono stata zitta.
O forse perché avevo fatto sciopero, ma ero una lavoratrice stagionale e nessuno mi difendeva. 
Quella volta che mi ha assunto l'azienda accanto.
Quella volta che un caposcalo mi voleva strozzare in mezzo al piazzale.
Quella volta in cui un collega mi voleva picchiare.
Quel capodanno sulla pista in cui ci siamo divertiti lo stesso.
Quella volta in cui uno dei miei capi diede di matto e iniziò ad urlare.
Quella volta in cui Ivo mi difese.
Quella volta in cui Ivo mi aprì il suo cuore.
Quella volta in cui Ivo è morto.
Quella volta in cui ho aperto un blog.
Quella volta in cui ho conosciuto sua moglie e suo figlio.
Quella volta in cui una zelante addetta alla sicurezza mi ha detto "Si spogli".
Quella volta in cui stavo per rimanere in mutande davanti ad una zelante addetta alla sicurezza.
Quella volta in cui non mi hanno rinnovato il contratto.
Il colloquio col maniaco sessuale. 
Le offerte di lavoro sottopagato. 
Quella volta che dopo 7 spritz con la mia amica Veronica per poco non entravo contromano in via Mascarella.
Quella volta che per non entrare contromano in via Mascarella mi sono buttata nella corsia degli autobus e ho preso la multa.
Quella volta che meglio la multa che un incidente.
Quella volta che la mia amica Veronica ha sofferto tanto.
Quelle volte che la mia amica Veronica c'era quando avevo bisogno. 
Il concerto di Fossati, le lacrime e le risate. 
Quella volta che ho parcheggiato in centro e me ne sono scordata, son tornata a casa a piedi e la mattina ho fatto una corsa, ma la multa me l'avevano già fatta.
Quelle centinaia di volte che mi sono sbronzata.
Quella volta che vivevo col mio migliore amico, e non uscivamo quasi mai perché chi ce lo fa fare, si sta così bene sul divano.
Quella volta che abbiamo litigato e non ci siamo parlati per un paio d'anni.
Quella volta che ci siamo ritrovati.
Quella volta in cui ha chiuso Sala Borsa, nonostante avessimo resistito con passione e dignità. 
Quella volta in cui ha aperto Lilliput.
Quella volta in cui anche Lilliput ha chiuso, e poi le due di Firenze. 
Quelle volte che ho avuto paura ad entrare nelle librerie, perché temevo che chiudessero.
Quel Capodanno a casa di Mastai.
Quella volta in cui Mastai è morto.
La volta in cui Cristiana, al suo compleanno, venne da me barcollando e con la bocca impastata dall'alcol mi disse che mi voleva tanto bene.
Quella volta che ho conosciuto sua sorella Silvana, che ama tanto, e ho capito perché. 
A casa di Marta, che quasi rischiava di morire, ma è viva e mi fa ridere. 
Quella volta in cui stavo per confessare al mio amico che ero innamorata di lui e lui mi confessò che si era messo con una mia amica. Figuraccia evitata, cuore spezzato. 
Quella volta che un ottantenne mi propose di ballare un boogie-woogie in Strada Maggiore.
Quella volta che ballai.
L'ottantenne mi fece un servizio di foto in bianco e nero che così bella non mi ero vista mai.
Quella volta che mi fece trovare per terra, davanti alla porta una foto di me con le mani giunte e io mi misi a piangere per la commozione. 
Il trasloco in Bolognina, finalmente una casa tutta mia. 
Quella volta in cui mi sono innamorata di Paolo.
Quella volta che la storia con Paolo è finita perché eravamo troppo diversi.
Quella volta che sono tornata a piedi dal Pilastro fumando una sigaretta dopo l'altra.
Quella volta che sono stata una settimana chiusa in casa mangiando merendine, fumando sigarette e facendo solitari.
Quella volta che ho sentito il bisogno di pregare.
Quella volta che ho detto alla mia amica Bibi che avrei preso il Gohonzon e lei si è messa a piangere.
Quella volta che ho detto alla mia amica Nicole che avrei restituito il Gohonzon e lei si è messa a piangere.
Quella volta che ho perso la fede.
Quella volta che ho ritrovato me stessa.
Quella volta che Paolo mi fece comprare una macchina che serviva più a lui che a me. 
Quella volta che dopo che ci siamo lasciati la macchina l'ho dovuta tenere io, visto che l'avevo pagata.
Il mio primo incidente e la macchina era da buttare.
Quella volta che la prima macchina della mia vita è durata due mesi e mezzo. Quella volta in cui con Bibi, Giuseppe e Gianni abbiamo dipinto casa mia. Un disastro, ma ci siamo divertiti come matti. All'inizio. 
Quella volta in cui ho scritto una frase di Cortàzar sul muro.
Quella volta in cui "sordo" non si poteva guardare, ma non sapevo come fare a correggerlo.
Quella volta in cui mi sono mezza intossicata coi solventi e ho fatto un'enorme macchia sul muro.
Quella volta in cui ho messo un adesivo gigante e azzurro sul muro rosso con scritto "sordo".
Quelle volte in cui leggo il muro e continuo a chiedermi "Sì, ma chi ci guarirà dal fuoco sordo".
Quelle volte che ho letto e riletto Rayuela.
Quella volta che ho sbattuto contro la libreria, mi è venuto un occhio nero, e tutti mi chiedevano se il mio fidanzato mi picchiava. Manco ce l'avevo il fidanzato, ma nessuno mi credeva.
Il giorno che ho portato a casa Anouk, la mia gatta meravigliosa. 
Il giorno infausto in cui ho dovuto lasciarla alla nonna. 
Quella volta che a yoga sono riuscita a prendermi i talloni inarcando la schiena.
Quelle volte in cui andavo al cinema da sola in piazza Maggiore e mi emozionavo per il film, il vento caldo e la bellezza di Bologna.
Guccini che canta Cyrano e si blocca, ho il terrore che gli sia preso un ictus, dice di no, ma decido che ai suoi concerti non ci vado più. 
Quelle notti in cui tornavo a casa a piedi (quasi tutte).
Quella notte in cui scoppiò una rissa sotto casa e un ragazzo cadde a terra e sembrava morto. Nessuno si muoveva, così scesi e gli presi la mano. Lui voleva scappare anche se sanguinava perché non aveva i documenti, ma io gli ho detto di non avere paura. Poi arrivò l'ambulanza, ma anche la polizia.
Quella volta in cui cercai di parlare con la polizia, ma se lo portarono via e io mi sono sentita in colpa per avergli detto di non avere paura.
Quella volta in cui ho fermato un tizio che picchiava una ragazza. Lei che mi dice "lascialo stare, lui mi ama".
Quella volta che ho capito che poteva fermarlo solo lei, ma non l'avrebbe fatto.
Quella volta in cui mi sono lanciata contro uno stronzo che picchiava una trans e per poco non mi becco un cazzotto in un occhio.
Quella volta che "Non cambi mai".
Quella volta che "Speriamo".
Quella volta che in una chat su Whatsapp si discuteva se andare o meno alla sagra del castrato e ho scoperto che Patti è incinta. Che felicità!
Quelle volte in sala prove da Max, in cui lui sembrava l'unico dalla mia parte, anche quando mi dava torto.
Quelle sere al bar di Arturo e Barbara.
Quelle volte che c'eravamo tutti, come una grande famiglia.
Quella festa con tanta gente quando sono partita. Due volte. 
Quelle volte che non c'era più nessuno, perché quella grande famiglia era un'illusione .
Quelle volte in cui Arturo e Barbara mi dicono che non ne possono più del bar, del quartiere e della brutta gente.
Quella volta in cui Barbara mi ha trattato male e io le ho regalato un mazzo di fiori.
Quella volta in cui Barbara mi ha fatto emozionare.
Quei 2 agosto alla stazione.
Quei 25 aprile in Pratello.
Quella volta in cui Fabrizio mi disse "Visto che sei disoccupata, perché non fai volontariato coi bambini?".
"Semplice: perché i bambini mi fanno paura".
Quella volta da cui i bambini non mi hanno fatto più paura, quando ho conosciuto i bambini "difficili" della Bolognina e ho capito quanto fosse facile amarli.
Quella volta in cui Ale e Giò si sono sposati. In Norvegia, perché l'Italia è l'appendice del Vaticano. O l'intestino. 
Maria Chiara che deve farsi un guardaroba decente e allora ci siamo girate i negozi di tutta Bologna, provandoci decine e decine di vestiti. 
I pranzi e le cene a casa di Pietro e Paola. 
Quella volta in cui ho bucato una gomma in tangenziale.
Quella volta in cui il mio amico Michele mi ha salvato.
Quella volta in cui Michele è sparito.
Quelle volte che Giuseppe mi ha fatto piangere dal ridere.
Quella volta che Giuseppe si è operato e io ho pregato tanto.
Quella volta che Giuseppe ha fatto uno spettacolo davanti ai suoi genitori e alla fine piangevamo tutti.
Salutare Giuseppe: un amico, un fratello, una travestita. La persona più divertente che abbia mai conosciuto. 
Quelle volte a casa di Maria Clara. 
Quelle volte che lei mi ha salvato la vita, quelle volte in cui l'ho salvata io.
La sera che abbiamo assistito Lucifero mentre gli facevano l'iniezione.
Il gatto con gli occhi più belli del mondo.
Quella volta che ho sceso le scale con un gatto morto in braccio. 
Quel Capodanno noi due sole, con un mini falò dove incendiare le cose da lasciarci alle spalle e impegnarsi in nuove sfide. 
Le sfide che abbiamo perso. 
Le sfide che abbiamo vinto. 
Trovare la vittoria anche dentro una sconfitta. 
Quella volta che ha cucinato un sacco di tortelli e tortellini diversi e io e Giù li abbiamo assaggiati tutti. 
Quelle volte in cui le persone che credevi non ti avrebbero mai lasciato l'hanno fatto.
Quelle volte in cui le conti e fa impressione. 
Ma poi guardi chi è rimasto e provi orgoglio e gratitudine. 
Quella volta in cui passeggiavo con John e lui mi propose di andare a vivere in Canada. (Trattasi di un falso storico: ho fatto tutto da sola, ma lui mi ha sempre appoggiato, o almeno credo). 
Quelle volte in cui Bologna non l'avrei mai lasciata.
Stanotte nel letto di Firenze, dopo aver chiuso con Bologna.
Quella volta in cui mia madre mi ha parlato di Dynamo Camp.
Quella volta in cui ho mandato la richiesta di volontariato, ma avevano già superato il limite consentito.
Quella volta in cui la richiesta è stata accettata.
Quella volta in cui "però non me la sento di stare a contatto stretto coi bambini".
Quella volta in cui ho rimpianto quella mia frase.
Quella volta che davanti ad un bambino speciale che scalava una parete ho capito che potevo fare qualunque cosa.
Quella volta che ho preso le decisioni più importanti della mia vita guardando dei bambini arrampicarsi.
E la volta in cui ci sono tornata. 
Quelle volte in cui se tornassi indietro, ma anche no.


giovedì 9 ottobre 2014

I coidori

Durante la raccolta, il Paesello si popola di esseri sovrannaturali, uguali in tutto e per tutto ad esseri umani, ai quali si ispirano riproducendo copie perfette, ma della cui essenza, fatta di intelligenza, gentilezza ed altruismo, conservano ben poco.
Sospetto che si tratti di spiriti maligni che prendono possesso dei corpi dei lavoratori locali, per poi abbandonarli -talvolta- alla fine del compito.
La motivazione mi è totalmente incomprensibile, ma sono pronta a giurare che sia così, perché coloro che incontri nei prati durante la raccolta non sono umani, non possono esserlo.
Sto parlando della grande famiglia dei raccoglitori di mele, in dialetto Nones, i coidori.
Sono divisi in diverse categorie, qualcuno potrebbe pensare che siano troppo poche per classificare degli uomini, eppure è così. I modelli più elaborati, quasi sempre identificabili coi proprietari terrieri, racchiudono diverse caratteristiche in un unico esemplare. 
Non importa da quanti lavoratori sia abitato il Paesello, ognuno di essi si ritrova perfettamente in una delle categorie che vado adesso ad elencare.

1) L'Operarius Magister, in pratica il padrone del prato e dei lavoratori. Facilmente riconoscibile allo spuntar dell'alba, quando è consuetudine vederlo aggirarsi per i prati, facendo rotolare dei cassoni per il lato corto, con una fisionomia a metà tra l'homo erectus e un insetto stercorario.
Instancabile lavoratore, quasi sempre si assenta un paio d'ore col suo trattore per consegnare le mele al magazzino. Convinto che il mondo si fermi quando lui non c'è (ma anche pronto ad ucciderti se solo rallenti), al suo ritorno, col sorriso, propone di fermarsi un po' di più, visto che è una bella giornata. Commenti e improperi variano da prato a prato, in base ai livelli di confidenza instaurati tra costui e i lavoratori.

2) Il Cercatore di funghi (Quaesitor fungos). Si presenta al cassone con una cesta piena di mele e foglie, come se fosse la cosa più normale del mondo. A volte qualcuno pare che stia preparando addirittura il presepe, tanta è la quantità di verde dentro la cesta. 
La povera cernitrice è quindi costretta a svolgere un doppio lavoro: controllare le mele ed eliminare le foglie, assolutamente vietate dalle regole del magazzino. Se gli viene fatto notare, il Cercatore in genere nega l'evidenza o dice che non può perdere tempo a toglierle. Il fatto che non si ponga nemmeno il problema del tempo che perderà la donna è la conferma della mostruosità di codesta creatura.

3) L'entomologo: questo mattacchione si diverte a riporre nella cesta, oltre alle mele, tutta una serie di bestiole, dalla comune cimice, alla simpatica coccinella, senza scordare la tenera lumachina e suo cugino, l'obeso e viscido lumacone, il bruco, il coleottero. E ovviamente l'intera famiglia delle aracnidi: ragni di ogni forma e misura, capaci di far sobbalzare anche chi non ne ha paura. Interrogato, ovviamente nega ogni tipo di volontarietà, ma ciò è indubbio. Al massimo resta da scoprire se egli consideri questi omaggi alla stregua di regali d'amore o biechi tentativi di sabotaggio.

4) Il Necroforo: per quanto tu gli spieghi che la mela marcia non va neanche negli scarti, proverà continuamente a presentartela, strappandoti grida di disgusto ogni volta che metti accidentalmente il dito nel ventre marrone e molliccio del frutto.

5) Capitan Uncino: non importa quante volte tu ripeta che il gancio serve per appendere la cesta all'albero e va tenuto sempre FUORI per evitare che tagli le mele; costui continuerà a tenerlo DENTRO fino alla morte, facendoti impazzire ogni volta che lo vedi arrivare. Se non viene preso in tempo, si tratta di un caso irreversibile, come il raccoglitore di funghi e l'entomologo, d'altronde.

6) Maciste: se una cesta può ospitare fino a dieci chili di mele, lui trascorre il tempo a cercare di dimostrare che ce ne stanno tredici. Si presenta con la sua cesta strapiena, con l'effetto di aggravare il tuo mal di schiena e quello ancor più prevedibile di disperdere tre chili di mele per il terreno, perché se ti dico che non ci stanno, un motivo ci sarà. Ma è una questione di principio, e lui continuerà a provarci. Continuamente. Per venti giorni. Giuro.

7) Superman: per quanto veloce tu possa cernire, ogni volta che ti giri te lo trovi lì. Nella perenne gara degli uomini a chi ce l'ha più lungo, Superman crede di dar prova della propria virilità raccogliendo mele alla velocità della luce. Poco importa se nella cesta ci sono foglie, insetti, mele marce e il gancio. Cioè, importa poco se a cernire non sei tu. Se invece lo sei, sai già che non potrai far niente per fermarlo. Fortunatamente, dopo qualche giorno questa specie tende a stancarsi e a rifugiarsi su una scala dove, con la scusa di mele particolarmente ostili da raccogliere, schiaccia sovente un pisolino. E tu riacquisti un minimo di sanità mentale.

8) Spiderman: si arrampica dappertutto con facilità, o almeno questo vorrebbe far credere. Ispirandosi ai film dei supereroi, si lancia a capofitto in ogni impresa scalatoria, senza paura né titubanze. Poco importa se durante l'operazione, quella che si becca una mela, una scala o talvolta l'intero Spiderman in testa sei tu. Ennesimo caso irreversibile.

9) L'indifferente (Homo chamaeleontis). Se sei circondata da ceste, se la cassetta degli scarti è piena, se sei paralizzata dal dolore, non temere: questo esemplare non muoverà un dito per aiutarti, a meno che tu non glielo chieda espressamente, preferibilmente in un momento in cui il Magister è nelle vicinanze, inchiodandolo così ai suoi doveri di essere umano. Ma quasi sempre è fuggevole come un'ombra, arriva di soppiatto e ti lascia la cesta senza emettere il minimo rumore, calcolando nei dettagli la congiuntura migliore per avvicinarsi, in genere subito dopo qualcuno, oppure non appena sente il rumore salvifico della cassetta degli scarti che si svuota. E se per caso riesci ad incastrarlo una volta, preparati a non rivederlo più per un paio di giorni. E se ti sembra che quel cespuglio si muova, lascia perdere, nessuno ti crederà. Tranne me, che l'ho incontrato.

10) Il Censore: agisce generalmente nei momenti di massimo delirio, quando sei circondata dalle ceste e a forza di cernire la tua vista è annebbiata dai puntini. Questo personaggio, che si presume in un particolare momento della sua vita sia stato un essere umano, si avvicina alla cassetta degli scarti, prende in mano una mela e inizia a rigirarsela tra le dita: "Ma questa, sei proprio sicura che sia uno scarto?". Tu, che non potendo distrarti hai a disposizione soltanto un impercettibile movimento dell'occhio, eviti la risposta più banale ("La mela non so, su di te invece non ho dubbi") e cerchi di convincerlo nella speranza di perdere il minor tempo possibile. Nel 99% dei casi hai ragione tu, ma lui non lo ammetterà mai. Spesso si piazzerà nei dintorni del cassone, guardandoti con lo stesso disprezzo che riserverebbe per una madre che abbandona il proprio neonato. In autostrada. Durante le vacanze di Natale. 
Nei casi di cernitrici sensibili, l'evento provoca rimorsi e ripensamenti. Nella stragrande maggioranza, una parolaccia a mezza voce sancisce la fine della questione. Ma il Censore tornerà, puoi starne certa.

11) Il Belloccio: non importa come o cosa raccolga, ogni volta che si avvicina al cassone la cernitrice si sente meglio, le spariscono i puntini dagli occhi e talvolta riesce ingannare un intero quarto d'ora cercando qualcosa da dirgli per farlo sorridere. Dovrebbe essere obbligatorio per legge, in ogni prato.

12) Il Gentile: esemplare rarissimo, pare si aggiri nel paesello negli anni bisestili o addirittura più raramente. In tante ne hanno persino messo in dubbio l'esistenza. Io a volte l'ho incontrato, perciò ritengo doveroso descriverlo, specificando che gli appartenenti alla categoria sono davvero pochissimi. Il Gentile si presenta con una cesta piena ma non troppo, con al suo interno pochissime foglie o addirittura nessuna, ogni volta che ha un minuto ti dà una mano svuotando la cassetta degli scarti o alzandoti un po' di ceste quando sei oberata e l'Homo erectus si spazientisce. 
In genere la faccia della cernitrice assume l'espressione stupefatta di Maria che va in visita al santo sepolcro e lo trova vuoto. Quanto ai colleghi, in genere ci mettono cinque minuti ad etichettarlo come omosessuale e per tutto il tempo continueranno a guardarlo con estrema diffidenza. 
Prevedo enormi difficoltà di sopravvivenza per questo meraviglioso esemplare di Homo Sapiens Sapiens, ignaro che durante la raccolta la scala evolutiva funziona al contrario.

La raccolta sta finendo in tutta la Val di Non, ancora pochi giorni e i demoni lasceranno i corpi di questi uomini e finalmente essi torneranno ad essere umani. Forse.

mercoledì 8 ottobre 2014

La cernitura (fotoracconto)

I meli sono allineati in lunghe file, in mezzo alle quali c'è giusto lo spazio per far passare il trattore e posizionare il cassone, quartier generale della raccolta.
I raccoglitori, che in un prossimo scritto definirò minuziosamente, arrivano con le loro ceste stracolme di mele e le depositano al lato, dopodiché inizia il compito della cernitrice. 
Nel 90% dei casi si tratta di una donna, nonostante si tratti di un lavoro che necessità di una discreta forza fisica. Ma gli uomini preferiscono, ovviamente, pascolare nel prato col cestino, e la donna è storicamente abituata a portare la soma, e per di più essere definita 'il sesso debole'. 
Nei casi più fortunati al cassone ci sono due donne, che si fanno coraggio a vicenda e ingannano il tempo chiacchierando. Quando la fortuna ce l'hai, ovvio. A volte, al lavoro infame si somma la sfiga di avere una collega agghiacciante. Quando ciò accade, gli astri sono soliti allinearsi per regalare loro il ciclo mestruale contemporaneamente, causando ulteriori tensioni, e anche il meteo spesso regala acquazzoni e gelate precoci, tanto per rendere l'atmosfera più movimentata. Pessime annate. 
Comunque, ecco ciò che accade in una giornata tipo. 
Prima si solleva la cesta, più o meno 10 chili, col colpo di reni che i primi giorni ti mette ko, poi ci si abitua. Più o meno. 
Poi si svuota dolcemente (qui si annida il primo dei mille motivi di discussione: fai più piano, fai più veloce...), facendo rotolare le mele su una spugna, in modo che si adagino nel cassone senza sbattere troppo. 


Mentre rotolano, inizia il processo di scanning: una ventina di mele da osservare e catturare, in pochi secondi, quelle da scartare. 
I criteri di scarto sono tantissimi, variabili a seconda delle annate e per una minima parte, soggettivi. 
Ne cito solo alcuni, per rendere l'idea:

- Nebbia: 


Puntino apparentemente innocuo, che in poco tempo fa marcire la mela. Scarto. 

- Tanta nebbia:


Come sopra, ma più facile. Scarto. 

- Grandine: 


Puntino simile alla nebbia, ma totalmente innocuo, in quanto segno di una leggera grandinata che ha toccato l'esterno della mela, ma senza infettarne l'interno. Passa. 
Distinguere la nebbia dalla grandine non è semplicissimo, ma dopo un po' ci si fa l'occhio. 

- Botta di grandine o di albero:


Affetta la perfezione ma non il gusto. Passa. Oddio, quando mi pare troppo brutta, io la scarto lo stesso. 

- Punto rosso con interno nero:


In realtà ha un nome latino, che non ricordo mai, ma basta sapere che non può passare. Scarto. 

- Punto rosso e basta:
Spesso solo una macchia di pigmento rosso, viene fatta passare. Per l'osservatore rompiscatole che crede di notare un minuscolo punto nero al suo interno, dico che a volte si apre un dibattito con l'altra cernitrice: tu che ne dici? E poi si procede. Se poi la mela è particolarmente bella, qualcuno scuote la testa per il dispiacere. Avendo sviluppato negli anni la freddezza del chirurgo, io in genere voto sempre per l'eliminazione. 

- Piccolo: 


La dimensione minima per una mela Golden di prima qualità è 65 mm. Poco importa se sei carina, se sei nana sei finita. Scarto. 

- Piccolissimo:


Idem. Scarto. 

- Troppo grande:


Pare una zucca, al massimo la porti in giro per farla vedere agli amici. Scarto. 

- Troppo giallo:


Se è così matura adesso, è impensabile che si conservi. Scarto, ma a volte si porta a casa e la si mangia. Non io, io le mele le odio, indovinate perché. 

- Troppo verde (manca la foto, l'ho scordata, ma non è difficile immaginarla). Se non ha intenzione di maturare adesso, non lo farà mai. Come qualche trenta-quaranta-cinquantenne di mia conoscenza. Scarto. 

- Troppa ruggine: 


Apprezzata nella Renetta, intollerabile nella Golden. Scarto. 

- Culo:

Impensabile in un Paese come l'Italia. Scarto. 

- Pulcino: 

Tenero, ma scarto. 

- Scherzo della natura: 


Scarto. 

- Strana:


Scarto. 

- Virus:


Inquietante. Scarto. 

- Pera:


Scarto. 

- Marcia: 


Si propaga come il colera, non va nemmeno negli scarti. Può essere lanciata nel prato o in testa al babbeo che l'ha messa nella cesta.

Ecco, a grandi linee, la vita della cernitrice. Nove ore al giorno, per una ventina di giorni. 
Poi ci si stupisce se una è acida.