giovedì 23 ottobre 2014

Farewell to Bologna

Dieci anni.
A novembre del 2004 iniziai un'avventura in una splendida libreria bolognese e a novembre 2014 eccomi qui, con la valigia in mano.
Scrivere cosa sono stati questi dieci anni è impossibile, raccontarli uno per uno sarebbe assurdo e inutile.
Però sento il bisogno di tirare un po' le somme, ed ecco che si affacciano alla mia mente tutta una serie di immagini, persone, eventi. 
La mia vita a Bologna. 
Forse non sarà emozionante leggerla, ma lo è scriverla, perciò sticazzi. 

A Firenze il mio datore di lavoro mi disse che mi licenziava, ma se volevo potevo andare a lavorare in un'altra sua libreria, a Firenze o a Bologna.
Bologna mi era sempre piaciuta fin da bambina.
Pensai che a Bologna ci vivevano Luca e Francesco, ed era un motivo in più per andarci.
Penso a quelle due volte in dieci anni in cui ho visto Luca e Francesco.
Ho fatto la pendolare per tre mesi.
A volte il treno era in ritardo. Quasi sempre.
Quelle volte in treno con Ben. 
Il 31 dicembre 2004 ero in treno che tornavo a Firenze e non avevo voglia di uscire.
Cristiana che mi dice "È ora che trovi una casa a Bologna".
Quelle volte in cui facevo fatica a conoscere gente nuova.
Quella volta che sono andata a vivere in una casa con 13 coinquilini.
Quella volta in cui mi sono svegliata circondata da infermieri.
L'orribile sensazione di sentirmi malata e la paura che succedesse di nuovo.
Quella volta in cui è successo.
Quegli anni in cui non è successo più, ma la paura restava. 
Quella volta in cui ho capito che non sarebbe più successo.
Quella volta che per il mio trentesimo compleanno ho preso la patente della moto.
Quella volta in cui ho visto la Suzy e me ne sono innamorata, senza avere idea di come avrei fatto a guidare una moto che pesava quattro volte me.
Alessandro che tenta di insegnarmi a guidare nel parcheggio del cinema. 
La prima gita a Ferrara. 
Quelle volte che mi cadeva mentre cercavo di parcheggiare e dovevo farmi aiutare dai passanti, con un discreto imbarazzo. 
Quella volta in cui davanti ad un tornante, ho guardato l'erba a fianco e capito che era un buon punto per cadere.
Quella volta in cui sono caduta sulla Futa e sono rimasta immobile per un po', controllando se ero viva, menomata o paralizzata.
Quelle volte in cui ho detto non ci salgo più.
Quelle volte che ci sono risalita.
Quelle volte che urlavo a squarciagola dentro al casco e mi passava.
Quelle volte che ai semafori qualcuno mi guardava con l'aria "E che ci fai su quella moto, un calendario?" e quando diventava verde in 3 secondi era solo un puntino nero nello specchietto.
Quelle volte in cui mi sentivo fighissima.
Quella volta che me l'hanno rubata e mi sembrava si fossero presi pure una parte di me.
Il mio amico Andrea  che mi dice "E fatti questo concorso, fai finta di comprare un biglietto della lotteria, se va male hai buttato via i soldi dell'iscrizione".
Quella volta che ho fatto il concorso.
Quella volta che ho vinto il concorso, dopo tre anni che non aprivo un libro di spagnolo.
Mi hanno dato mille euro al mese per tre anni per studiare e mi sono sentita la persona più fortunata del mondo. 
Quei tre anni in cui ho studiato il giusto, consegnato ogni lavoro puntualmente e mi sono goduta la vita alla grande.
L'amicizia con Arianna, Costanza ed Alessia, e le risate a crepapelle durante una conferenza in portoghese. 
Quella volta che ho ballato una pizzica a piedi nudi in piazza Maggiore.
Quella volta che ho conosciuto Ivana e ho trascorso una delle più belle estati della mia vita.
Quella volta in cui a Budrio ho ballato il mio primo Circolo Circasso. 
Quelle volte in cui grazie ai soldi del dottorato potevo ballare tutto il tempo.
Il viaggio verso Vialfré con Ivana e Crocifissa, che al casello di Casalecchio volevo già strozzare. 
Il viaggio verso Vialfré con Laura, lei che sparisce dentro una nuvola di zanzare in un autogrill della pianura padana e io che cerco di restare seria, ma è dura. 
Quella volta in cui Laura è morta. (Non all'autogrill, un paio d'anni dopo, ma sempre a cazzo di cane).
Quella volta in cui, finito il dottorato, ho realizzato che la mia avventura da ricercatrice finiva lì e che i vecchi baroni non avrebbero mai mollato la poltrona.
Quelle innumerevoli volte che sono rimasta senza lavoro.
Quella volta che ho risposto ad un annuncio per agente di rampa senza sapere cosa fosse.
Quella volta che mi hanno preso.
Quelle volte con la neve.
Quelle volte con quaranta gradi all'ombra.
Quelle volte a Natale, Pasqua e compleanni. 
L'amicizia con Lucia, Raffa, Gianpiero. 
L'intesa con Germana. 
La volta che mi son persa cercando casa sua. Ma poi ho visto Gilda e mi è passata. 
Le risate con Florinda.
Quella volta che a un passeggero venne un attacco di panico e non voleva più partire e abbiamo perso un'ora a recuperare le sue tre (TRE) valigie.
Quella volta in cui ho lasciato a terra quaranta valigie. Ops. 
Quella volta in cui un comandante turco voleva accendere i motori prima che salissero i passeggeri.
Quelle milioni di volte in cui non sono stata zitta.
Quella volta che mi hanno licenziato perché non sono stata zitta.
O forse perché avevo fatto sciopero, ma ero una lavoratrice stagionale e nessuno mi difendeva. 
Quella volta che mi ha assunto l'azienda accanto.
Quella volta che un caposcalo mi voleva strozzare in mezzo al piazzale.
Quella volta in cui un collega mi voleva picchiare.
Quel capodanno sulla pista in cui ci siamo divertiti lo stesso.
Quella volta in cui uno dei miei capi diede di matto e iniziò ad urlare.
Quella volta in cui Ivo mi difese.
Quella volta in cui Ivo mi aprì il suo cuore.
Quella volta in cui Ivo è morto.
Quella volta in cui ho aperto un blog.
Quella volta in cui ho conosciuto sua moglie e suo figlio.
Quella volta in cui una zelante addetta alla sicurezza mi ha detto "Si spogli".
Quella volta in cui stavo per rimanere in mutande davanti ad una zelante addetta alla sicurezza.
Quella volta in cui non mi hanno rinnovato il contratto.
Il colloquio col maniaco sessuale. 
Le offerte di lavoro sottopagato. 
Quella volta che dopo 7 spritz con la mia amica Veronica per poco non entravo contromano in via Mascarella.
Quella volta che per non entrare contromano in via Mascarella mi sono buttata nella corsia degli autobus e ho preso la multa.
Quella volta che meglio la multa che un incidente.
Quella volta che la mia amica Veronica ha sofferto tanto.
Quelle volte che la mia amica Veronica c'era quando avevo bisogno. 
Il concerto di Fossati, le lacrime e le risate. 
Quella volta che ho parcheggiato in centro e me ne sono scordata, son tornata a casa a piedi e la mattina ho fatto una corsa, ma la multa me l'avevano già fatta.
Quelle centinaia di volte che mi sono sbronzata.
Quella volta che vivevo col mio migliore amico, e non uscivamo quasi mai perché chi ce lo fa fare, si sta così bene sul divano.
Quella volta che abbiamo litigato e non ci siamo parlati per un paio d'anni.
Quella volta che ci siamo ritrovati.
Quella volta in cui ha chiuso Sala Borsa, nonostante avessimo resistito con passione e dignità. 
Quella volta in cui ha aperto Lilliput.
Quella volta in cui anche Lilliput ha chiuso, e poi le due di Firenze. 
Quelle volte che ho avuto paura ad entrare nelle librerie, perché temevo che chiudessero.
Quel Capodanno a casa di Mastai.
Quella volta in cui Mastai è morto.
La volta in cui Cristiana, al suo compleanno, venne da me barcollando e con la bocca impastata dall'alcol mi disse che mi voleva tanto bene.
Quella volta che ho conosciuto sua sorella Silvana, che ama tanto, e ho capito perché. 
A casa di Marta, che quasi rischiava di morire, ma è viva e mi fa ridere. 
Quella volta in cui stavo per confessare al mio amico che ero innamorata di lui e lui mi confessò che si era messo con una mia amica. Figuraccia evitata, cuore spezzato. 
Quella volta che un ottantenne mi propose di ballare un boogie-woogie in Strada Maggiore.
Quella volta che ballai.
L'ottantenne mi fece un servizio di foto in bianco e nero che così bella non mi ero vista mai.
Quella volta che mi fece trovare per terra, davanti alla porta una foto di me con le mani giunte e io mi misi a piangere per la commozione. 
Il trasloco in Bolognina, finalmente una casa tutta mia. 
Quella volta in cui mi sono innamorata di Paolo.
Quella volta che la storia con Paolo è finita perché eravamo troppo diversi.
Quella volta che sono tornata a piedi dal Pilastro fumando una sigaretta dopo l'altra.
Quella volta che sono stata una settimana chiusa in casa mangiando merendine, fumando sigarette e facendo solitari.
Quella volta che ho sentito il bisogno di pregare.
Quella volta che ho detto alla mia amica Bibi che avrei preso il Gohonzon e lei si è messa a piangere.
Quella volta che ho detto alla mia amica Nicole che avrei restituito il Gohonzon e lei si è messa a piangere.
Quella volta che ho perso la fede.
Quella volta che ho ritrovato me stessa.
Quella volta che Paolo mi fece comprare una macchina che serviva più a lui che a me. 
Quella volta che dopo che ci siamo lasciati la macchina l'ho dovuta tenere io, visto che l'avevo pagata.
Il mio primo incidente e la macchina era da buttare.
Quella volta che la prima macchina della mia vita è durata due mesi e mezzo. Quella volta in cui con Bibi, Giuseppe e Gianni abbiamo dipinto casa mia. Un disastro, ma ci siamo divertiti come matti. All'inizio. 
Quella volta in cui ho scritto una frase di Cortàzar sul muro.
Quella volta in cui "sordo" non si poteva guardare, ma non sapevo come fare a correggerlo.
Quella volta in cui mi sono mezza intossicata coi solventi e ho fatto un'enorme macchia sul muro.
Quella volta in cui ho messo un adesivo gigante e azzurro sul muro rosso con scritto "sordo".
Quelle volte in cui leggo il muro e continuo a chiedermi "Sì, ma chi ci guarirà dal fuoco sordo".
Quelle volte che ho letto e riletto Rayuela.
Quella volta che ho sbattuto contro la libreria, mi è venuto un occhio nero, e tutti mi chiedevano se il mio fidanzato mi picchiava. Manco ce l'avevo il fidanzato, ma nessuno mi credeva.
Il giorno che ho portato a casa Anouk, la mia gatta meravigliosa. 
Il giorno infausto in cui ho dovuto lasciarla alla nonna. 
Quella volta che a yoga sono riuscita a prendermi i talloni inarcando la schiena.
Quelle volte in cui andavo al cinema da sola in piazza Maggiore e mi emozionavo per il film, il vento caldo e la bellezza di Bologna.
Guccini che canta Cyrano e si blocca, ho il terrore che gli sia preso un ictus, dice di no, ma decido che ai suoi concerti non ci vado più. 
Quelle notti in cui tornavo a casa a piedi (quasi tutte).
Quella notte in cui scoppiò una rissa sotto casa e un ragazzo cadde a terra e sembrava morto. Nessuno si muoveva, così scesi e gli presi la mano. Lui voleva scappare anche se sanguinava perché non aveva i documenti, ma io gli ho detto di non avere paura. Poi arrivò l'ambulanza, ma anche la polizia.
Quella volta in cui cercai di parlare con la polizia, ma se lo portarono via e io mi sono sentita in colpa per avergli detto di non avere paura.
Quella volta in cui ho fermato un tizio che picchiava una ragazza. Lei che mi dice "lascialo stare, lui mi ama".
Quella volta che ho capito che poteva fermarlo solo lei, ma non l'avrebbe fatto.
Quella volta in cui mi sono lanciata contro uno stronzo che picchiava una trans e per poco non mi becco un cazzotto in un occhio.
Quella volta che "Non cambi mai".
Quella volta che "Speriamo".
Quella volta che in una chat su Whatsapp si discuteva se andare o meno alla sagra del castrato e ho scoperto che Patti è incinta. Che felicità!
Quelle volte in sala prove da Max, in cui lui sembrava l'unico dalla mia parte, anche quando mi dava torto.
Quelle sere al bar di Arturo e Barbara.
Quelle volte che c'eravamo tutti, come una grande famiglia.
Quella festa con tanta gente quando sono partita. Due volte. 
Quelle volte che non c'era più nessuno, perché quella grande famiglia era un'illusione .
Quelle volte in cui Arturo e Barbara mi dicono che non ne possono più del bar, del quartiere e della brutta gente.
Quella volta in cui Barbara mi ha trattato male e io le ho regalato un mazzo di fiori.
Quella volta in cui Barbara mi ha fatto emozionare.
Quei 2 agosto alla stazione.
Quei 25 aprile in Pratello.
Quella volta in cui Fabrizio mi disse "Visto che sei disoccupata, perché non fai volontariato coi bambini?".
"Semplice: perché i bambini mi fanno paura".
Quella volta da cui i bambini non mi hanno fatto più paura, quando ho conosciuto i bambini "difficili" della Bolognina e ho capito quanto fosse facile amarli.
Quella volta in cui Ale e Giò si sono sposati. In Norvegia, perché l'Italia è l'appendice del Vaticano. O l'intestino. 
Maria Chiara che deve farsi un guardaroba decente e allora ci siamo girate i negozi di tutta Bologna, provandoci decine e decine di vestiti. 
I pranzi e le cene a casa di Pietro e Paola. 
Quella volta in cui ho bucato una gomma in tangenziale.
Quella volta in cui il mio amico Michele mi ha salvato.
Quella volta in cui Michele è sparito.
Quelle volte che Giuseppe mi ha fatto piangere dal ridere.
Quella volta che Giuseppe si è operato e io ho pregato tanto.
Quella volta che Giuseppe ha fatto uno spettacolo davanti ai suoi genitori e alla fine piangevamo tutti.
Salutare Giuseppe: un amico, un fratello, una travestita. La persona più divertente che abbia mai conosciuto. 
Quelle volte a casa di Maria Clara. 
Quelle volte che lei mi ha salvato la vita, quelle volte in cui l'ho salvata io.
La sera che abbiamo assistito Lucifero mentre gli facevano l'iniezione.
Il gatto con gli occhi più belli del mondo.
Quella volta che ho sceso le scale con un gatto morto in braccio. 
Quel Capodanno noi due sole, con un mini falò dove incendiare le cose da lasciarci alle spalle e impegnarsi in nuove sfide. 
Le sfide che abbiamo perso. 
Le sfide che abbiamo vinto. 
Trovare la vittoria anche dentro una sconfitta. 
Quella volta che ha cucinato un sacco di tortelli e tortellini diversi e io e Giù li abbiamo assaggiati tutti. 
Quelle volte in cui le persone che credevi non ti avrebbero mai lasciato l'hanno fatto.
Quelle volte in cui le conti e fa impressione. 
Ma poi guardi chi è rimasto e provi orgoglio e gratitudine. 
Quella volta in cui passeggiavo con John e lui mi propose di andare a vivere in Canada. (Trattasi di un falso storico: ho fatto tutto da sola, ma lui mi ha sempre appoggiato, o almeno credo). 
Quelle volte in cui Bologna non l'avrei mai lasciata.
Stanotte nel letto di Firenze, dopo aver chiuso con Bologna.
Quella volta in cui mia madre mi ha parlato di Dynamo Camp.
Quella volta in cui ho mandato la richiesta di volontariato, ma avevano già superato il limite consentito.
Quella volta in cui la richiesta è stata accettata.
Quella volta in cui "però non me la sento di stare a contatto stretto coi bambini".
Quella volta in cui ho rimpianto quella mia frase.
Quella volta che davanti ad un bambino speciale che scalava una parete ho capito che potevo fare qualunque cosa.
Quella volta che ho preso le decisioni più importanti della mia vita guardando dei bambini arrampicarsi.
E la volta in cui ci sono tornata. 
Quelle volte in cui se tornassi indietro, ma anche no.


giovedì 9 ottobre 2014

I coidori

Durante la raccolta, il Paesello si popola di esseri sovrannaturali, uguali in tutto e per tutto ad esseri umani, ai quali si ispirano riproducendo copie perfette, ma della cui essenza, fatta di intelligenza, gentilezza ed altruismo, conservano ben poco.
Sospetto che si tratti di spiriti maligni che prendono possesso dei corpi dei lavoratori locali, per poi abbandonarli -talvolta- alla fine del compito.
La motivazione mi è totalmente incomprensibile, ma sono pronta a giurare che sia così, perché coloro che incontri nei prati durante la raccolta non sono umani, non possono esserlo.
Sto parlando della grande famiglia dei raccoglitori di mele, in dialetto Nones, i coidori.
Sono divisi in diverse categorie, qualcuno potrebbe pensare che siano troppo poche per classificare degli uomini, eppure è così. I modelli più elaborati, quasi sempre identificabili coi proprietari terrieri, racchiudono diverse caratteristiche in un unico esemplare. 
Non importa da quanti lavoratori sia abitato il Paesello, ognuno di essi si ritrova perfettamente in una delle categorie che vado adesso ad elencare.

1) L'Operarius Magister, in pratica il padrone del prato e dei lavoratori. Facilmente riconoscibile allo spuntar dell'alba, quando è consuetudine vederlo aggirarsi per i prati, facendo rotolare dei cassoni per il lato corto, con una fisionomia a metà tra l'homo erectus e un insetto stercorario.
Instancabile lavoratore, quasi sempre si assenta un paio d'ore col suo trattore per consegnare le mele al magazzino. Convinto che il mondo si fermi quando lui non c'è (ma anche pronto ad ucciderti se solo rallenti), al suo ritorno, col sorriso, propone di fermarsi un po' di più, visto che è una bella giornata. Commenti e improperi variano da prato a prato, in base ai livelli di confidenza instaurati tra costui e i lavoratori.

2) Il Cercatore di funghi (Quaesitor fungos). Si presenta al cassone con una cesta piena di mele e foglie, come se fosse la cosa più normale del mondo. A volte qualcuno pare che stia preparando addirittura il presepe, tanta è la quantità di verde dentro la cesta. 
La povera cernitrice è quindi costretta a svolgere un doppio lavoro: controllare le mele ed eliminare le foglie, assolutamente vietate dalle regole del magazzino. Se gli viene fatto notare, il Cercatore in genere nega l'evidenza o dice che non può perdere tempo a toglierle. Il fatto che non si ponga nemmeno il problema del tempo che perderà la donna è la conferma della mostruosità di codesta creatura.

3) L'entomologo: questo mattacchione si diverte a riporre nella cesta, oltre alle mele, tutta una serie di bestiole, dalla comune cimice, alla simpatica coccinella, senza scordare la tenera lumachina e suo cugino, l'obeso e viscido lumacone, il bruco, il coleottero. E ovviamente l'intera famiglia delle aracnidi: ragni di ogni forma e misura, capaci di far sobbalzare anche chi non ne ha paura. Interrogato, ovviamente nega ogni tipo di volontarietà, ma ciò è indubbio. Al massimo resta da scoprire se egli consideri questi omaggi alla stregua di regali d'amore o biechi tentativi di sabotaggio.

4) Il Necroforo: per quanto tu gli spieghi che la mela marcia non va neanche negli scarti, proverà continuamente a presentartela, strappandoti grida di disgusto ogni volta che metti accidentalmente il dito nel ventre marrone e molliccio del frutto.

5) Capitan Uncino: non importa quante volte tu ripeta che il gancio serve per appendere la cesta all'albero e va tenuto sempre FUORI per evitare che tagli le mele; costui continuerà a tenerlo DENTRO fino alla morte, facendoti impazzire ogni volta che lo vedi arrivare. Se non viene preso in tempo, si tratta di un caso irreversibile, come il raccoglitore di funghi e l'entomologo, d'altronde.

6) Maciste: se una cesta può ospitare fino a dieci chili di mele, lui trascorre il tempo a cercare di dimostrare che ce ne stanno tredici. Si presenta con la sua cesta strapiena, con l'effetto di aggravare il tuo mal di schiena e quello ancor più prevedibile di disperdere tre chili di mele per il terreno, perché se ti dico che non ci stanno, un motivo ci sarà. Ma è una questione di principio, e lui continuerà a provarci. Continuamente. Per venti giorni. Giuro.

7) Superman: per quanto veloce tu possa cernire, ogni volta che ti giri te lo trovi lì. Nella perenne gara degli uomini a chi ce l'ha più lungo, Superman crede di dar prova della propria virilità raccogliendo mele alla velocità della luce. Poco importa se nella cesta ci sono foglie, insetti, mele marce e il gancio. Cioè, importa poco se a cernire non sei tu. Se invece lo sei, sai già che non potrai far niente per fermarlo. Fortunatamente, dopo qualche giorno questa specie tende a stancarsi e a rifugiarsi su una scala dove, con la scusa di mele particolarmente ostili da raccogliere, schiaccia sovente un pisolino. E tu riacquisti un minimo di sanità mentale.

8) Spiderman: si arrampica dappertutto con facilità, o almeno questo vorrebbe far credere. Ispirandosi ai film dei supereroi, si lancia a capofitto in ogni impresa scalatoria, senza paura né titubanze. Poco importa se durante l'operazione, quella che si becca una mela, una scala o talvolta l'intero Spiderman in testa sei tu. Ennesimo caso irreversibile.

9) L'indifferente (Homo chamaeleontis). Se sei circondata da ceste, se la cassetta degli scarti è piena, se sei paralizzata dal dolore, non temere: questo esemplare non muoverà un dito per aiutarti, a meno che tu non glielo chieda espressamente, preferibilmente in un momento in cui il Magister è nelle vicinanze, inchiodandolo così ai suoi doveri di essere umano. Ma quasi sempre è fuggevole come un'ombra, arriva di soppiatto e ti lascia la cesta senza emettere il minimo rumore, calcolando nei dettagli la congiuntura migliore per avvicinarsi, in genere subito dopo qualcuno, oppure non appena sente il rumore salvifico della cassetta degli scarti che si svuota. E se per caso riesci ad incastrarlo una volta, preparati a non rivederlo più per un paio di giorni. E se ti sembra che quel cespuglio si muova, lascia perdere, nessuno ti crederà. Tranne me, che l'ho incontrato.

10) Il Censore: agisce generalmente nei momenti di massimo delirio, quando sei circondata dalle ceste e a forza di cernire la tua vista è annebbiata dai puntini. Questo personaggio, che si presume in un particolare momento della sua vita sia stato un essere umano, si avvicina alla cassetta degli scarti, prende in mano una mela e inizia a rigirarsela tra le dita: "Ma questa, sei proprio sicura che sia uno scarto?". Tu, che non potendo distrarti hai a disposizione soltanto un impercettibile movimento dell'occhio, eviti la risposta più banale ("La mela non so, su di te invece non ho dubbi") e cerchi di convincerlo nella speranza di perdere il minor tempo possibile. Nel 99% dei casi hai ragione tu, ma lui non lo ammetterà mai. Spesso si piazzerà nei dintorni del cassone, guardandoti con lo stesso disprezzo che riserverebbe per una madre che abbandona il proprio neonato. In autostrada. Durante le vacanze di Natale. 
Nei casi di cernitrici sensibili, l'evento provoca rimorsi e ripensamenti. Nella stragrande maggioranza, una parolaccia a mezza voce sancisce la fine della questione. Ma il Censore tornerà, puoi starne certa.

11) Il Belloccio: non importa come o cosa raccolga, ogni volta che si avvicina al cassone la cernitrice si sente meglio, le spariscono i puntini dagli occhi e talvolta riesce ingannare un intero quarto d'ora cercando qualcosa da dirgli per farlo sorridere. Dovrebbe essere obbligatorio per legge, in ogni prato.

12) Il Gentile: esemplare rarissimo, pare si aggiri nel paesello negli anni bisestili o addirittura più raramente. In tante ne hanno persino messo in dubbio l'esistenza. Io a volte l'ho incontrato, perciò ritengo doveroso descriverlo, specificando che gli appartenenti alla categoria sono davvero pochissimi. Il Gentile si presenta con una cesta piena ma non troppo, con al suo interno pochissime foglie o addirittura nessuna, ogni volta che ha un minuto ti dà una mano svuotando la cassetta degli scarti o alzandoti un po' di ceste quando sei oberata e l'Homo erectus si spazientisce. 
In genere la faccia della cernitrice assume l'espressione stupefatta di Maria che va in visita al santo sepolcro e lo trova vuoto. Quanto ai colleghi, in genere ci mettono cinque minuti ad etichettarlo come omosessuale e per tutto il tempo continueranno a guardarlo con estrema diffidenza. 
Prevedo enormi difficoltà di sopravvivenza per questo meraviglioso esemplare di Homo Sapiens Sapiens, ignaro che durante la raccolta la scala evolutiva funziona al contrario.

La raccolta sta finendo in tutta la Val di Non, ancora pochi giorni e i demoni lasceranno i corpi di questi uomini e finalmente essi torneranno ad essere umani. Forse.

mercoledì 8 ottobre 2014

La cernitura (fotoracconto)

I meli sono allineati in lunghe file, in mezzo alle quali c'è giusto lo spazio per far passare il trattore e posizionare il cassone, quartier generale della raccolta.
I raccoglitori, che in un prossimo scritto definirò minuziosamente, arrivano con le loro ceste stracolme di mele e le depositano al lato, dopodiché inizia il compito della cernitrice. 
Nel 90% dei casi si tratta di una donna, nonostante si tratti di un lavoro che necessità di una discreta forza fisica. Ma gli uomini preferiscono, ovviamente, pascolare nel prato col cestino, e la donna è storicamente abituata a portare la soma, e per di più essere definita 'il sesso debole'. 
Nei casi più fortunati al cassone ci sono due donne, che si fanno coraggio a vicenda e ingannano il tempo chiacchierando. Quando la fortuna ce l'hai, ovvio. A volte, al lavoro infame si somma la sfiga di avere una collega agghiacciante. Quando ciò accade, gli astri sono soliti allinearsi per regalare loro il ciclo mestruale contemporaneamente, causando ulteriori tensioni, e anche il meteo spesso regala acquazzoni e gelate precoci, tanto per rendere l'atmosfera più movimentata. Pessime annate. 
Comunque, ecco ciò che accade in una giornata tipo. 
Prima si solleva la cesta, più o meno 10 chili, col colpo di reni che i primi giorni ti mette ko, poi ci si abitua. Più o meno. 
Poi si svuota dolcemente (qui si annida il primo dei mille motivi di discussione: fai più piano, fai più veloce...), facendo rotolare le mele su una spugna, in modo che si adagino nel cassone senza sbattere troppo. 


Mentre rotolano, inizia il processo di scanning: una ventina di mele da osservare e catturare, in pochi secondi, quelle da scartare. 
I criteri di scarto sono tantissimi, variabili a seconda delle annate e per una minima parte, soggettivi. 
Ne cito solo alcuni, per rendere l'idea:

- Nebbia: 


Puntino apparentemente innocuo, che in poco tempo fa marcire la mela. Scarto. 

- Tanta nebbia:


Come sopra, ma più facile. Scarto. 

- Grandine: 


Puntino simile alla nebbia, ma totalmente innocuo, in quanto segno di una leggera grandinata che ha toccato l'esterno della mela, ma senza infettarne l'interno. Passa. 
Distinguere la nebbia dalla grandine non è semplicissimo, ma dopo un po' ci si fa l'occhio. 

- Botta di grandine o di albero:


Affetta la perfezione ma non il gusto. Passa. Oddio, quando mi pare troppo brutta, io la scarto lo stesso. 

- Punto rosso con interno nero:


In realtà ha un nome latino, che non ricordo mai, ma basta sapere che non può passare. Scarto. 

- Punto rosso e basta:
Spesso solo una macchia di pigmento rosso, viene fatta passare. Per l'osservatore rompiscatole che crede di notare un minuscolo punto nero al suo interno, dico che a volte si apre un dibattito con l'altra cernitrice: tu che ne dici? E poi si procede. Se poi la mela è particolarmente bella, qualcuno scuote la testa per il dispiacere. Avendo sviluppato negli anni la freddezza del chirurgo, io in genere voto sempre per l'eliminazione. 

- Piccolo: 


La dimensione minima per una mela Golden di prima qualità è 65 mm. Poco importa se sei carina, se sei nana sei finita. Scarto. 

- Piccolissimo:


Idem. Scarto. 

- Troppo grande:


Pare una zucca, al massimo la porti in giro per farla vedere agli amici. Scarto. 

- Troppo giallo:


Se è così matura adesso, è impensabile che si conservi. Scarto, ma a volte si porta a casa e la si mangia. Non io, io le mele le odio, indovinate perché. 

- Troppo verde (manca la foto, l'ho scordata, ma non è difficile immaginarla). Se non ha intenzione di maturare adesso, non lo farà mai. Come qualche trenta-quaranta-cinquantenne di mia conoscenza. Scarto. 

- Troppa ruggine: 


Apprezzata nella Renetta, intollerabile nella Golden. Scarto. 

- Culo:

Impensabile in un Paese come l'Italia. Scarto. 

- Pulcino: 

Tenero, ma scarto. 

- Scherzo della natura: 


Scarto. 

- Strana:


Scarto. 

- Virus:


Inquietante. Scarto. 

- Pera:


Scarto. 

- Marcia: 


Si propaga come il colera, non va nemmeno negli scarti. Può essere lanciata nel prato o in testa al babbeo che l'ha messa nella cesta.

Ecco, a grandi linee, la vita della cernitrice. Nove ore al giorno, per una ventina di giorni. 
Poi ci si stupisce se una è acida. 


mercoledì 1 ottobre 2014

La coidura


Mia madre è nata a Romallo, un paesello della Val di Non di circa 600 abitanti.
Il nonno, che è morto un mese dopo la mia nascita, possedeva alcuni campi che, col tempo sono diventati frutteti, specializzati nel prodotto che ha reso questi luoghi famosi: la mela, in dialetto el pom. Principalmente Golden Delicious, ma anche Red Delicious, Renetta o Canada, Stark, Gala e Fuji.
Da quando sono nata, il paese, e con esso tutta la valle, ha subito una radicale trasformazione, consacrando la propria anima alla coltivazione delle mele.
Dal paesaggio sono piano piano scomparsi tutti i campi, gli orti, qualche ettaro di bosco, e sono spuntati come funghi filari e filari di meli, buona parte dei quali, negli ultimi anni, è stata ricoperta da reti antigrandine, perciò il colpo d'occhio è sicuramente bizzarro: in mezzo alle montagne spuntano questi enormi quadrati, bianchi o neri, sotto i quali si nascondono meli di tutte le taglie e tutte le razze.
Personalmente provo una gran nostalgia per l'antica bellezza della mia valle, ma mi rendo conto che l'economia ha portato a questo, e mi consolo pensando che se avessero deciso di puntare tutto sulla raffinazione del petrolio il paesaggio sarebbe ben peggiore.
Fatto sta che sono cresciuta con la consapevolezza che ottobre è il mese della raccolta, che in dialetto si chiama coidura.
Mia madre, che si è trasferita a Firenze che era ancora una ragazzina, ha continuato a tornare su per raccogliere le mele, lavoro permettendo, e quando ero piccola spesso mi portava con lei.
Ho dei ricordi bellissimi di quei giorni: me ne stavo tutto il tempo nel prato, osservando gli insetti, i fiori, qualche animaletto, giocando con le mele degli scarti e godendomi gli ultimi sprazzi di belle giornate prima di tornarmene nel grigio autunno della mia Firenze.
Crescendo, ho iniziato a partecipare alla raccolta come lavoratrice. Ai tempi della scuola si trattava di pochi giorni, magari un fine settimana lungo o poco più,  perché non potevo perdere le lezioni.
Con l'università, invece, ho iniziato a lavorare di più, perché anche se dovevo saltare qualche lezione, qualche soldo mi faceva comodo e poi, soprattutto, c'era Romallo, il paese dello sballo!
Quanto mi piaceva il paesello, avevo un sacco di amici meravigliosi, ogni volta che salivo mi innamoravo di tutto e di tutti.
Erano gli anni in cui la stanchezza manco la sentivo, perciò dopo le consuete 8/9 ore di lavoro giornaliere tornavo a casa, mi lavavo, cenavo e correvo al bar a ridere, scherzare e abbastanza frequentemente ubriacarmi.
Qui in Trentino c'è la bellissima tradizione di offrire da bere agli altri: cioè, non come a Firenze o a Bologna che vai dal bar e ordini una birra, qui vai al bar e ordini da bere per tutto il tavolo. Tendenzialmente, ogni occupante del tavolo offre un giro, perciò si fa presto a capire come in quegli anni in cui la compagnia era assai numerosa fosse molto facile tornare a casa barcollando.
Fortunatamente sono diventata una discreta bevitrice di birra, perciò riesco a berne un po' prima di ubriacarmi, ma per gli standard di queste parti sono solo una tenera principiante.
Se ci penso oggi non so proprio spiegare come facessi, ma ogni sera tornavo a casa tardissimo, tendenzialmente quando ci buttavano fuori dal bar (anche se qualche volta continuavamo a bere davanti ad un falò in pineta), ma alle 7 mi alzavo e andavo nel prato a lavorare fresca come una rosa. Beh, non esageriamo. Però me la cavavo, e la sera seguente ero pronta a ricominciare.
Avevamo una gran voglia di stare insieme, e questo ci dava una forza incredibile.
Dopo l'università è arrivato il lavoro, perciò basta mele, per circa dieci anni.
Oggi invece, grazie alla disoccupazione forzata, sono di nuovo qui, in mezzo alle mele, ma qualcosa è cambiato: la compagnia di una volta non c'è quasi più, hanno tutti messo su famiglia, se ne sono andati o non sono più tornati.
Come gli spagnoli. Questi giovani e bellissimi lavoratori arrivavano e portavano un gran movimento nel paesello: ci divertivamo un sacco con loro, una volta abbiamo pure organizzato un sangrìa party al bar, con effetti collaterali devastanti. È rimasta negli annali la scena in cui i ragazzi dettavano a Sergio, il barista, gli ingredienti necessari alla preparazione della bevanda: vino, naranja, manzana e melocotòn. Ed ecco che il nostro mitico barman diventava matto per cercare in tutti i negozi la mela cotogna, che tra le tante coltivate quassù proprio non c'era, per poi scoprire che in spagnolo il melocotòn non è altro che la pesca, suscitando così l'ilarità generale e una fila di imprecazioni dell'oste che ritengo non sia il caso di trascrivere.
Comunque tutto questo oggi non c'è più: la sera Romallo è un paese fantasma, e se si eccettua l'aperitivo al ritorno dai campi con quei pochi amici sopravvissuti al tempo e alla noia, niente più birra per me. Gli spagnoli hanno lasciato il posto ai polacchi e ai rumeni, che lavorano di più e fanno meno casino.
Ma la coidura resta pur sempre un'esperienza, mi costringe a rendermi conto di quanto possa essere dura la vita per un contadino e di quanto sia urgente per me impacchettare le mie cose e levare le tende. Da Romallo, da Bologna, dall'Italia.
E poi ci sono i colleghi, i compagni di sventura, ognuno con la sua storia, qualcuno te la racconta e altre invece non le saprai mai.
Ci sono i miei parenti, che ovviamente conosco da una vita ma con i quali non ho un gran rapporto, un po' perché i nonesi sono abbastanza chiusi, un po' perché nel prato si lavora e zitti. Per fortuna ogni tanto arriva a darci una mano mia zia, che ha più o meno la mia età ed è un'amica carissima, e la giornata scorre tra chiacchiere e risate.
Quest'anno è venuta a mancare pure la radio, che dio l'abbia in gloria, finita sotto il trattore dello zio, con varie bestemmie ad accompagnarne la dipartita. Potrei mettermi le cuffie, ma se stai tra la gente, anche se in silenzio, sembra una mancanza di rispetto.
E allora mi guardo intorno, osservo le persone, faccio un po' di progetti per la mia vita e scrivo. Sì, perché mentre fai un lavoro che non prevede alcun coinvolgimento intellettuale, il tuo cervello può fare altro: un po' come il pilota automatico, lascio accese le funzioni di sollevamento ceste, ricerca magagne nelle mele e riempimento dei cassoni ed ecco che le restanti attività cerebrali sono a mia disposizione.
Ovviamente non è facile scrivere senza mezzi di scrittura, ma fortunatamente ho una buona memoria e quello che concepisco nel prato poi lo partorisco a casa. Sto ultimando un post sulle tipologie dei raccoglitori di mele che forse strapperà un sorriso a qualcuno.
Guardo mio cugino col suo amico Thomas, entrambi nei campi per tirar su due soldi. Sono giovani, hanno sì e no diciassette anni, poca voglia di studiare ma tanti sogni da realizzare. Sono belli come il sole e simpatici e vederli chiacchierare con quell'aria complice mi mette allegria.
Poi c'è Violetta, la nostra aiutante rumena. Ha cinquant'anni, lo dice ridendo, convinta di dimostrarne meno. Io gliene davo almeno il doppio, tanti sono i segni che la vita ha lasciato sulla sua faccia. Ha lasciato la Romania per cercare fortuna in Italia, ma non è difficile intuire che non l'abbia trovata. Fino a qualche mese fa faceva la badante, poi la signora è peggiorata e l'hanno messa in un ricovero, così lei ha perso il posto. Mi racconta, sorridendo, di quanto la signora fosse cattiva e la trattasse male, dice che è normale a quell'età. Non sono d'accordo, ma non lo dico. Tanto lei lo sa che non è normale, ma pensarlo è un modo come un altro per stringere i denti e tirare avanti. Ed eccola dunque nel prato, profondamente provata da un lavoro che senza eufemismi definirei massacrante.
Parla sempre a voce bassa, per non disturbare, credo; chi, non saprei. Ma è una dote rarissima, e io l'apprezzo.
Si lamenta degli acciacchi, Violetta, oltretutto continua a sbattere dappertutto e questo non aiuta. Ogni volta che può cerca di sfuggire al cassone per andare a raccogliere le mele (il lavoro da uomini è, curiosamente, più leggero di quello delle donne, ma questo lo spiegherò in un altro momento), all'inizio mi faceva arrabbiare, perché anche se son più giovane non è che per me sia una passeggiata, ma col passare del tempo ho iniziato a provare tenerezza per questa donna dalla vita difficile, e allora va bene così. Ha la testa dura, Violetta: ho dovuto ripeterle mille volte come si fa la cernita delle mele, ma non c'è stato verso. Fortuna che una volta è venuta a darci una mano una sua amica, le ha fatto un paio di strilli in rumeno e da quel momento le cose vanno meglio.
L'altro giorno suo fratello si è mozzato un dito in segheria, lei è molto preoccupata, io cerco di sdrammatizzare dicendo boiate come "meglio un dito che una mano" e "almeno si riposa", ma lei è preoccupata ed ha paura che lo caccino dal lavoro. Sto per dirle che non possono farlo, ma non ne sono tanto sicura, non so che contratto abbia e che piega prenderà questa vergognosa diatriba sull'articolo 18. Allora taccio, le sorrido e ogni tanto le accarezzo la mano, quelle piccolissime cose che restano quando non c'è niente da dire e ben poco da fare.
Lei sorride, e quando ci salutiamo mi dà un bacio sulla guancia, facendomi vergognare profondamente per tutte le volte in cui ho accarezzato l'idea di tirarle una mela in un occhio.
Chi mi conosce lo sa, sono un tipo rude, se le cose non vanno come dico io mi arrabbio, dovrei fare qualche mestiere solitario, come la giornalista, la mantenuta, l'imperatrice di Plutone. Ma al momento pare che non ci siano posti liberi (ho mandato un cv su Putone, ma tutto tace).
Stamattina alle sette al suono della sveglia ho aperto gli occhi, scattando in piedi come sempre, sono corsa alla finestra intonando un rito di scongiuro dal sapore ancestrale, ho visto la pioggia e sono tornata a letto, felice per il primo giorno libero degli ultimi dieci.
Oggi scriverò, cercherò un lavoro, manderò la solita ventina di curricula che resteranno senza risposta, mi informerò sulle pratiche per lasciare l'Italia.
Domani il prato sarà un disastro, fango dappertutto e mele bagnate che ti rovinano le mani.
Ma sarò più rilassata, perché quando lavori come una bestia da soma una giornata libera è il più bello dei regali, e devo badare di non scordarlo.