mercoledì 11 novembre 2015

L'emigrante e l'immigrata

Si sa, gli anniversari e i bilanci mi piacciono un sacco, perciò eccomi qui a riflettere sul mio primo mese del mio terzo anno in Canada, stavolta con un permesso di lavoro che mi dà il diritto di confondermi con i cittadini canadesi, nell'attesa della residenza permanente e poi chissà.

L'emozione e le aspettative sono tante, e l'essere inserita negli ingranaggi della società mi dà l'opportunità di vedere tutto con occhi nuovi e, ancora più delle altre volte, con meraviglia.

Già l'arrivo in aeroporto è stato diverso: stavolta niente interrogatorio, niente colloquio nello sgabuzzino tipo quelli delle serie televisive, niente sguardi inquisitori. Un'occhiata al permesso di lavoro, un controllo accurato del passaporto e via, Welcome to Canada. 

Da lì in poi è stato tutto un sorriso: per strada, al supermercato, sulle strisce pedonali, negli uffici pubblici, nelle banche e sugli autobus. Nessuno che mi guarda storto a causa del mio accento e del mio inglese ancora zoppicante, nessuno che mi chiede di dove sono finché non lo dico io, e tutti che danno per scontato che io sia canadese, ma con origini italiane.

Ho consegnato un curriculum, la tipa mi guarda e mi dice di tornare il giorno dopo, faccio il colloquio e mi dice che posso iniziare dopo tre giorni, perché purtroppo c'è il weekend in mezzo e gli uffici amministrativi sono chiusi.

Qualche amico obietterà che in Canada la disoccupazione è bassa e che magari la tira stava cercando qualcuno da mesi, ma non importa: ho trovato lavoro al primo tentativo, posso essere contenta? In fondo vengo da due anni tondi di disoccupazione, una quantità incredibile di curricula inviati per tutta l'Italia e per qualunque tipo di lavoro, vari tentativi di rimanere nell'ambito universitario e un unico, costante risultato: nessuna risposta, a parte un maniaco sessuale e un lavoro a contratto di dieci ore settimanali spalmate all'inizio e alla fine della giornata, rendendo impossibile qualunque altra attività, per l'esorbitante cifra di 375 euro.
Perché? Troppo vecchia, poca esperienza, titolo di studio troppo alto, troppo vicina al diritto di un contratto a tempo indeterminato. Una mosca bianca? Forse, ma guardandomi intorno di persone come me ne ho trovate parecchie.
E quindi mi sono trovata costretta ad abbandonare la mia Bologna, la città dei miei sogni, con i suoi portici, i suoi locali e soprattutto con i miei più cari amici.
Un breve tentativo di tornare a Firenze, città che nel frattempo mi è diventata straniera, vivendo coi miei genitori amatissimi, ma senza lavoro la situazione è diventata insostenibile, perché fare la mantenuta sulla soglia dei quarant'anni è deprimente, non importa quanto affetto mi circondi.
E poi, all'orizzonte, l'occasione della vita: vivere col mio compagno (che in condizioni diverse si sarebbe trasferito in Italia) in un Paese lontano, ma pieno di opportunità.
La scelta non è stata facile: lasciare la famiglia, gli amici, l'Italia in generale e andare a vivere in un posto decisamente fuori mano, con un clima infame e delle abitudini alimentari quantomeno imbarazzanti.
A condire il tutto, i commenti di alcuni "amici" e conoscenti, tutti pronti a darmi dell'egoista e della vigliacca, per fortuna bilanciati e surclassati dagli amici veri, quelli che hanno capito che non è stata una scelta a cuor leggero e che comunque tifano per me, indipendentemente dal fatto che siano d'accordo o meno con la mia scelta.

Ed è proprio in questo momento che il mio pensiero va ai migranti che si ammassano sulle coste dell'Europa. Sia chiaro, non per fare un paragone, ma perché la loro sofferenza nel lasciare la loro casa mi è familiare, pur essendo la mia infinitamente minore.
E allora ecco che quei commenti vergognosi, vomitati da gente ignorante e spaventata, mi feriscono ancor più di prima, perché adesso li vedo come fratelli sfortunati, che a differenza di me non hanno davvero altra scelta, e la ragione della loro partenza non è la disoccupazione, ma la guerra, la fame, la disperazione. E penso che sono doppiamente sfortunati perché, come canta Fossati non solo lasciano una terra che li odia, ma vanno verso un'altra che non li vuole. E non prendono un aereo, nemmeno uno scassato e con del cibo orribile, ma rischiano la propria vita in mare, su delle bagnarole con le quali non attraverserei nemmeno l'Arno in un giorno d'agosto.

Allora all'improvviso mi sento la persona più fortunata del mondo, con i miei aerei sempre in ritardo, il posto a sedere sempre accanto a qualcuno che mi schiaccia o che puzza di sudore, con la mia casa pronta ad attendermi, con l'uomo della mia vita al quale brillano gli occhi quando mi guarda e con la gente più gentile che abbia mai incontrato.

E con un governo che sembra troppo bello per essere vero, formato da persone di tutte le etnie, compresi i nativi americani che non hanno mai avuto voce negli ultimi cinquecento anni, tutti competenti, ognuno col suo ministero che gli sembra cucito addosso. 

E sì, faccio confronti con l'Italia almeno una volta al giorno.

Penso al governo, all'apertura verso gli stranieri, alla pulizia delle strade, al rispetto dell'ambiente, all'incredibile gentilezza delle persone che ogni giorno mi commuove. 
All'attenzione degli impiegati pubblici, che non solo fanno il loro lavoro velocemente, ma che mi danno consigli su cosa fare in ambiti che non gli competono. 
Al trattamento speciale del bancario, che visto che sono straniera mi spiega bene i miei diritti e sottolinea le cose a cui devo prestare più attenzione. 
All'autista dell'autobus che mi riconosce, alla cassiera del supermercato che mi aspetta perché devo ritirare i contanti e a quelli in coda che mi dicono che non c'è problema, alla mia superiore al lavoro che ogni volta che sbaglio mi sorride e dice che non mi devo scusare, perché all'inizio è difficile per tutti, e ancora di più se sei straniero. 
A quelli che quando dico che non ho capito sorridono e ripetono più lentamente. 
Alla curiosità di tutti verso una persona che viveva nel posto più bello del mondo e che l'ha lasciato, e che concludono il discorso dicendo che immaginano che sia stata dura, ma che faranno di tutto per farmi sentire a casa. 
Agli altri immigrati, che pur ammettendo la loro infinita nostalgia, se tornassero indietro lo rifarebbero subito, perché tra tutti i posti dove uno può capitare, questo è probabilmente uno dei migliori. 
Alle coppie omosessuali che portano a spasso i loro figli. 
Alla ragazza che lavora in profumeria che neanche se lo ricorda più quando era transessuale, perché il discorso non è mai stato neanche sollevato, a meno che non sia stata lei a parlarne, magari con una sconosciuta come me. 
Alla cooperativa per le persone con disabilità, che non solo li aiuta a trovare lavoro, ma li porta in un negozio a comprarsi i vestiti per il colloquio e poi per il loro impiego. 
Ai mutui col tasso del 6%, con un capitale iniziale di circa diecimila dollari, così che se non hai intenzione di spostarti, spendi meno a comprarla che affittarla, la casa. 
Alle sovvenzioni per chi guadagna troppo poco, per i disoccupati, per gli anziani, per chi ha qualche disabilità, per chi si è stufato di lavorare e vuole andare in pensione qualche anno prima. 
All'idea che non importa quanto tu possa cadere, ma qualcuno che ti dà una mano lo troverai sempre.

E, ancora una volta, mi sento fortunata.

Ma ciò non toglie che l'Italia mi manchi terribilmente, e non significa che quando parlo bene del Canada vuol dire che sto sputando sull'Italia.

E allora tutte le polemiche che vedo sulla mia bacheca mi risultano incomprensibili, ma siamo di nuovo di fronte al solito manicheismo, che se ti piace il kebab allora ti fa schifo la pizza, e allora sorrido perché qui fanno le patatine fritte col formaggio arancione fuso sopra e non importa quanto sia distante, ma la pasta col pomodoro, il basilico e l'olio d'oliva mi mancherà sempre, e non m'importa un tubo di quello che pensate.

Come diceva Vittorio Arrigoni, restiamo umani. Restiamo gentili, aperti allo straniero e mettiamoci in discussione, ogni tanto.

Il mio cinismo sarà sempre con me, ma vedere le cose belle e provare a raccontarle scalda il cuore, e ogni volta che leggerò un vostro post sulle bellezze dell'Italia, il mio Mi piace non mancherà mai.


lunedì 20 aprile 2015

Ground Zero

L'idea era quella di passeggiare nei dintorni, dare un'occhiata al memoriale, girare sui tacchi e proseguire.
Lo so però...
Il parco, fuori, è molto bello.
Le due enormi vasche, grandi quanto il perimetro delle Torri Gemelle che le avevano precedute, sono uno spettacolo: una sorta di fontana, dalla quale escono migliaia di rivoli brillanti, tanto da sembrare sia acqua che stelle, sia veloci che immobili. E al centro, l'abisso. Un cratere enorme dove tutta quella massa d'acqua, luce, vita, viene risucchiata.
Evocativo, senza dubbio.
Mi piace.
E poi sono curiosa, chissà che americanata! Dagli americani puoi di certo aspettartela.
Ma non è tutto.
Oggi sono scossa, triste ed arrabbiata, ed essere in vacanza da sola in certi casi non aiuta.
In Italia è successo qualcosa di orribile, e io non so che fare.
Dicono che di fronte al dolore la gente dovrebbe stringersi: e facciamoci questa fila, allora.

Come da copione, il museo è bello grande.
La piantina, a grandissime linee è questa: 
RESTI: pezzi di muri, colonne, camion dei pompieri, scarpe, finestre, libri, telefoni, giocattoli.
RIFLESSIONI: biglietti, bigliettini, disegni, graffiti, installazioni, foto, merchandising, opere d'arte (più o meno). C'è pure lo spazio "Registra il tuo messaggio": per un attimo ci penso, ma non vorrei mi mettessero in galera.
DOCUMENTARI: foto e filmati, ovviamente, ma non come ci si aspetterebbe. Sì perché le immagini delle due torri colpite dai due aerei e il conseguente collasso degli edifici le conosciamo tutti, viste e riviste in tutte le salse in questi tredici anni e mezzo.
E allora lo spazio viene lasciato a qualcosa di diverso e, se possibile, di maggior impatto.
Una decina di stanzette, ognuna con disegnata la sagoma delle due torri o di uno dei quattro aerei, e in sovrimpressione, una serie di nomi che appaiono e scompaiono. E in concomitanza ad ogni nome, una voce registrata. Quella originale o, nei casi con toni troppo forti o parole incomprensibili, una ricostruzione dei discorsi.
Quindi lo spettatore è lì seduto e sente quello che le persone dicevano in quei momenti.
Tutte le stanze sono in ordine cronologico, perciò prima si sentono i commenti di quelli che hanno visto un'ombra grandissima, poi lo schianto, poi il fuoco, i tentativi di fuga e infine il crollo.
Lo stesso con gli aerei, con le hostess che cercano di allertare le unità di emergenza, i passeggeri che chiamano  casa, i terroristi che spiegano con calma che era meglio stare seduti, tanto presto sarebbe tutto finito.
Un pugno nello stomaco: padri che chiamano i figli, mogli che chiamano i mariti, vigili del fuoco che salutano i compagni prima di salire, sapendo che non sarebbero più scesi, centinaia di chiamate al 911, testimonianze di chi si è salvato.
Un immane sforzo di preservare la memoria, per non dimenticare, perché non accada più.
Bello, commovente, straziante.

Salto senza alcun indugio la sezione seguente, dove si ricostruisce il piano dei terroristi e si esalta il grande impegno di George W per riportare la sicurezza nel Paese ed esportare la democrazia nel resto del  mondo.
No, questo non ve lo concedo, la Storia dal vostro punto di vista non la guardo.
Ma il dolore sì, perché voi c'eravate, perché la vostra città è stata colpita e affondata, perché le 2983 vittime con Bush e Bin Laden non c'entravano proprio niente.
E il lavoro che avete fatto è enorme, possente: non c'è il minimo dubbio che quelle persone non verranno mai dimenticate.

Esco, mi siedo nel giardino del memoriale, guardo le due piscine con l'acqua luccicante e l'abisso al centro.

E piango.

Piango perché penso che proprio qualche ora fa 700 persone sono morte affogate a pochi chilometri da casa mia.
Penso che sarà difficile sapere i nomi di tutti, penso che a buona parte del mondo manco gliene frega di come si chiamano.
Penso che nessuno raccoglierà una scarpa, una foto, un fermaglio per capelli per metterlo in mostra in un museo della memoria.
Penso che quasi sicuramente nessuno di loro avrà lasciato un messaggio in segreteria per la famiglia, perché non avevano il telefono con loro, o forse perché non ce l'aveva la famiglia, o forse tutti e due.
Penso che nessuno ricostruirà la sagoma del barcone (nemmeno quello che queste cose a volte le fa), nessuno cercherà di trasmettere la tragedia del momento in cui settecento esseri umani hanno realizzato che non ne sarebbero usciti vivi, e che la loro vita finiva lì.
Penso anche che la loro vita fino a quel momento era stata sicuramente più infame di quella delle vittime sul suolo americano, ma questo non c'entra. Però lo penso lo stesso.

Leggo un paio di frasi dei politici di turno, quelli che riescono a rivoltarmi le budella ogni volta che aprono bocca, e mi chiedo che senso ha, che mondo è questo.

Mi viene da pensare a come sia diverso il destino in base al luogo di provenienza.

Però... aspetta un attimo.

L'attacco alle Torri Gemelle è stato ideato da terroristi, forse avrebbe potuto essere evitato, ma quasi certamente no.
Un barcone che affonda nel Mediterraneo NON È un attacco terroristico e non è neanche (solo) il gesto scellerato di qualche scafista.
È il risultato di una politica europea fallimentare, messa in atto da personaggi che, in un modo o nell'altro, abbiamo votato. Anche quando non li abbiamo votati.
Perciò quei settecento esseri umani (e tutte le altre migliaia che li hanno preceduti) ce li abbiamo noi sulla coscienza.
E allora, anche senza museo, anche senza fontane, spero con tutta me stessa che ognuno di noi, io per prima, quando meno se lo aspetta, li senta urlare.

Perché in quell'abisso, quelle migliaia di vite scintillanti, ce le abbiamo spinte noi.